La professoressa Mocchi: “Né rabbia, né rancore. Voglio tornare tra i banchi” mentre il suo aggressore di 13 anni scriveva “la soluzione finale”
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Redazione Interno
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Dall’ospedale, con le mani ancora fasciate e una stecca che impedisce persino il gesto quotidiano dello scrivere, arriva la voce di Chiara Mocchi. La professoressa di francese, accoltellata nella scuola media di Trescore Balneario, ha scelto di dettare una lettera al suo avvocato. Seduto accanto a lei nel reparto di chirurgia, il legale ha raccolto parole che non contengono ombra di rabbia, ma anzi un inaspettato slancio verso il futuro: “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte”.
A tutti coloro che l’hanno soccorsa, dai colleghi che hanno fermato l’emorragia ai sanitari dell’elisoccorso che hanno lottato contro il tempo per stabilizzarle il battito, l’insegnante rivolge un pensiero che mescola la gratitudine più intima con una lucida consapevolezza del pericolo corso. “Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre”, scrive, e ammette di faticare a ricordare la scena senza tremare.
È proprio in questa testimonianza di fragilità, però, che emerge la sua determinazione più forte. Mocchi annuncia di voler tornare in classe, “dove ho sempre sentito di appartenere”, non per chiudersi nella paura ma per dedicarsi con più attenzione a quelli che fanno più fatica, “come magari quello che mi ha colpito, che forse nel profondo non saprà neanche perché”.
Il manifesto di un adolescente che si sentiva superiore
Mentre la professoressa dettava parole di riconciliazione, gli investigatori ricostruivano il retroscena inquietante di quanto accaduto prima dell’aggressione. Il tredicenne non ha agito d’impulso: aveva preparato un vero e proprio manifesto, diffuso su Telegram, intitolato “La soluzione finale”.
Si appropria di un’espressione che la storia ha consegnato all’orrore per portarla nel proprio quotidiano, confondendo il gesto nichilistico con un atto di rottura di una routine che definisce “noiosa”. Nel testo, scritto in inglese, il ragazzo rivela una lucidità che stride con la tenerezza dell’età anagrafica, descrivendo la scelta del vestiario – pantaloni mimetici e maglietta con la scritta “Vendetta” – come un modo per dimostrare la propria superiorità rispetto ai coetanei, che lui considera “stupidi, mediocri e copia-incollati da un progetto noioso”.
Tra le righe del suo scritto, l’alunno spiega di aver scelto proprio la docente di francese perché, a suo dire, “le piace prendermi di mira” e umiliarlo. Ma la dichiarazione più agghiacciante riguarda la consapevolezza giuridica: il ragazzo sa che in Italia non si è imputabili prima dei quattordici anni, e rivendica di voler usare questa “scappatoia” per compiere il gesto senza subire conseguenze penali, affermando che “l’unica cosa che conta sono io, nessun’altra vita ha importanza all’infuori della mia”.
Le voci dai corridoi e la scuola sotto choc
La dinamica dell’agguato, ricostruita anche attraverso il video che il ragazzo stesso avrebbe trasmesso in diretta con un cellulare imbracciato al petto, ha lasciato una traccia profonda negli studenti della Leonardo Da Vinci. Chi ha assistito alla scena ha raccontato di una mattinata trasformata in incubo, con l’insegnante che cercava di difendersi mentre il sangue schizzava, in un corridoio che fino a pochi minuti prima era considerato uno spazio sicuro.
Tra i compagni di scuola del tredicenne emergono racconti contrastanti: c’è chi lo descrive come “tranquillo”, ma anche chi rivela che tra i banchi circolano coltelli e che “se i professori li cercassero, li troverebbero”. Episodi di violenza minori, come spintoni che hanno portato a fratture, erano stati segnalati in passato alla dirigenza, la quale avrebbe assicurato provvedimenti che però – secondo alcuni genitori – non sono stati sufficienti a prevenire la tragedia sfiorata.
La voce flebile e il coraggio di guardare avanti
Dall’ospedale, mentre la sua voce è ancora “un soffio”, Chiara Mocchi ribadisce un concetto che suona quasi come una lezione agli adulti: “Non lasciamoci vincere dal buio”. Non c’è, nella lunga lettera dettata al legale, nessun accenno a sentimenti di vendetta o richieste di giustizia punitiva. C’è invece il racconto di un “mondo di coraggio e di umanità” che si è mosso intorno a lei nel momento del bisogno, dalle mani ferme dei medici che le hanno “ricucito l’anima” ai compagni di lavoro che hanno creato “una barriera tra me e la morte”.
Il suo sguardo resta puntato sulla cattedra: tornerà a insegnare “perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”. E ai suoi alunni, quelli che hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni, promette di non portare nel cuore né rabbia né paura, ma solo il desiderio di rivederli crescere sereni.




