Dal Friuli al Vesuvio, la Protezione civile regionale conclude la missione antincendi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la pioggia iniziava a cadere sul Vesuvio, attenuando le fiamme che da giorni divoravano la vegetazione del parco nazionale, i vigili del fuoco valdostani – tre professionisti e sei volontari – concludevano le operazioni di spegnimento e bonifica nel comune di Trecase. Arrivati da Aosta, si erano uniti ai colleghi campani e a quelli di altre regioni, in uno sforzo condiviso per domare un’emergenza che aveva riportato alla memoria il disastro del 2017.

Le immagini satellitari, analizzate dopo un tavolo di coordinamento in Prefettura, confermavano l’assenza di focolai attivi. Un risultato ottenuto non solo grazie alle condizioni meteorologiche, ma anche all’intervento tempestivo di squadre come quelle del Trentino e dell’Emilia-Romagna, mobilitatesi in poche ore. Eppure, dietro l’apparente ritorno alla normalità, rimanevano le critiche di associazioni e ambientalisti, secondo i quali l’inerzia nelle bonifiche e nella manutenzione dei sentieri aveva creato le premesse per il disastro. «Da anni denunciavamo il rischio», sottolineavano i rappresentanti locali, ricordando come le stesse carenze fossero emerse dopo gli incendi di otto anni prima.

Intanto, in Friuli-Venezia Giulia, la Protezione civile regionale – attiva in decine di comuni, da Aiello del Friuli a San Giorgio di Nogaro – rientrava dalle operazioni sul territorio, mentre altri team venivano distaccati tra Udine, Trieste e Gorizia. Una macchina organizzativa che, sebbene meno visibile rispetto alle emergenze nazionali, continuava a lavorare su fronti paralleli: dalla gestione del rischio idrogeologico alla manutenzione delle aree boschive, spesso minacciate da incendi estivi.

A Muzzana del Turgnano, dove un incidente stradale aveva provocato vittime nei giorni scorsi, le indagini della polizia locale procedevano senza sosta, mentre a Cervignano del Friuli e Gemona si tenevano esercitazioni congiunte tra volontari e professionisti. Una rete che, sebbene meno celebrata rispetto alle grandi emergenze, dimostrava ancora una volta la sua capacità di adattamento, sia nelle città – come Trieste o Pordenone – sia nei piccoli centri rurali sparsi tra le Prealpi e la pianura veneta.

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