Funzioni centrali, l’intesa sul contratto dei 200mila dipendenti pubblici scatta oggi: aumenti e svolta sull’intelligenza artificiale
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Redazione Interno
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L’appuntamento, fissato da tempo negli ambienti dell’Aran, è per la mattina di oggi, 9 giugno 2026: si prevede una riunione decisiva che potrebbe sbloccare l’attesa intesa per il rinnovo del contratto nazionale del comparto Funzioni centrali, quello che riguarda i ministeri, le agenzie fiscali e gli enti pubblici non economici come l’Inps. Una volta tanto, la macchina della contrattazione collettiva non sembra in ritardo cronico; il presidente dell’Agenzia, Antonio Naddeo, si appresta a proporre una verifica complessiva del testo dopo un negoziato avviato sul finire dello scorso anno.
L’obiettivo è chiaro: blindare un accordo che, almeno nelle intenzioni delle parti, potrebbe addirittura tradursi in buste paga più pesanti già prima di Natale, segnando una discontinuità rispetto ai consueti slittamenti del passato.
L’aumento da 160 euro e la svolta della Cgil
Nel dettaglio economico, le risorse già stanziate dalla legge di bilancio garantiscono un incremento retributivo medio lordo pari a circa 160 euro mensili per i circa 200mila lavoratori interessati, anche se alcune fonti avevano anticipato percentuali leggermente variabili a seconda del profilo professionale (per le elevate professionalità, ad esempio, si era parlato di cifre superiori ai 200 euro).
Non si tratterà soltanto di un aggiornamento delle voci tabellari: la particolarità di questa tornata risiede nel fatto che potrebbe segnare il ritorno della Cgil al tavolo della firma. Il sindacato guidato da Maurizio Landini, che aveva scelto di non sottoscrivere il precedente rinnovo (quello relativo al triennio 2022-2024), sembra ora intenzionato a ricompattare il fronte, forse sulla scia dei dati diffusi dal ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo.
In un’intervista recente, Zangrillo ha ricordato come, al netto degli interventi sulle indennità specifiche e sui premi di produzione, il recupero reale delle buste paga fosse stato superiore al solo aumento tabellare, arrivando a toccare punte del 13%: un argomento, questo, utilizzato dal governo per sostenere che il potere d’acquisto sia stato sostanzialmente preservato nonostante le fiammate inflazionistiche.
La stretta sull’Ia: niente decisioni automatiche sui lavoratori
La novità più interessante, tuttavia, non è solo monetaria e si annida nelle pieghe delle clausole contrattuali. Per la prima volta in un contratto del pubblico impiego italiano, viene disciplinato in modo articolato l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale all’interno dei processi organizzativi.
Il testo della bozza, che abbiamo potuto consultare attraverso le ricostruzioni degli addetti ai lavori, fissa un principio cardine: l’algoritmo potrà aggregare dati, suggerire ottimizzazioni o segnalare anomalie, ma non potrà mai sostituirsi al giudizio umano per decisioni che incidano in modo significativo sul rapporto di lavoro. Tradotto in pratica, significa che un software non potrà decidere in autonomia la valutazione della performance annuale di un dipendente, né tantomeno scegliere chi debba ricevere un incarico o una promozione.
Questa impostazione, che ricalca i paletti già stabiliti dall’AI Act europeo e dalla successiva legge italiana di recepimento, mira a scongiurare il rischio di automatismi spersonalizzanti in amministrazioni dove la discrezionalità del dirigente (o la sua mancanza) è sempre stata un tema caldo. Le amministrazioni che volessero introdurre strumenti di Ia dovranno attivare un confronto preventivo con i sindacati, garantire la trasparenza degli algoritmi e formare il personale, spostando l’ago della bilancia dalla paura della tecnologia alla sua governance condivisa.
Welfare, orari e i nodi ancora aperti sul fronte normativo
Parallelamente alla gestione della tecnologia, l’intesa si concentra su alcuni istituti classici del lavoro pubblico che spesso finiscono per pesare più dello stipendio sulla qualità della vita. Sul fronte della conciliazione vita-lavoro, il nuovo corso sembra voler rafforzare le tutele sul lavoro agile, cercando di arginare quella tendenza restrittiva che alcune amministrazioni hanno mostrato nelle scorse settimane, riducendo gli spazi di flessibilità.
Ci sono poi capitoli più tecnici ma non meno sentiti, come la revisione delle norme sulla malattia (con particolare attenzione all’abolizione di quell’effetto “tassa sulla salute” che penalizzava chi si assentava per infermità) e l’adeguamento delle indennità di trasferta, considerate ormai inadeguate ai costi reali. Tuttavia, non mancano le resistenze di parte sindacale: sigle come la FLP hanno già fatto sapere di ritenere insufficiente una “mera manutenzione” di un impianto normativo che, nella sua architettura di base, risale a oltre due decenni fa.
La loro richiesta, al momento solo parzialmente accolta, era quella di una rivisitazione profonda delle relazioni sindacali e di una regolazione più stringente sui carichi di lavoro, argomenti sui quali il confronto è destinato a proseguire anche dopo la firma odierna.




