Si sono spente le fiamme, si sono spente anche le fanfare.
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Redazione Sport
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Il雔 delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, quel fragore assordante di entusiasmi di maniera che per due settimane ha avvolto commenti televisivi, dichiarazioni di dirigenti e proclami della politica, si è affievolito insieme alla fiamma olimpica. Restano, impresse nelle copertine patinate dei rotocalchi che occupano le edicole in queste ore, le immagini dei vincitori: sorrisi stampati a 180mila euro al fotogramma, un prezzo, quello degli introiti pubblicitari, che definisce in modo piuttosto crudo il perimetro di questa narrazione trionfale. Eppure, al di là della retorica, i numeri dicono di un’impresa sportiva oggettivamente straordinaria, un’Italia che ha chiuso i Giochi di casa con un bottino di trenta medaglie – dieci delle quali d’oro, sei d’argento e quattordici di bronzo – superando di dieci lunghezze quel record di Lillehammer 1994 che per oltre trent’anni aveva rappresentato l’apice della nostra storia olimpica invernale.
La macchina dell’accoglienza non si ferma: Cortina si prepara alla nuova sfida paralimpica
Se il circo mediatico tende a smobilitare, la macchina organizzativa, invece, non può concedersi pause. L’attenzione, a Cortina d’Ampezzo, si è già spostata sui prossimi appuntamenti, quelli paralimpici, che porteranno nuove competizioni e nuovi atleti sulle nevi ampezzane a partire dai primi di marzo. La locale associazione degli albergatori, dopo aver tirato le somme di un febbraio da tutto esaurito che ha visto una netta predominanza di presenze straniere – con statunitensi, tedeschi e canadesi in testa – guarda ora con cauto ottimismo alle settimane che verranno. Le prenotazioni per il periodo che va dal 6 al 7 marzo, quello che segnerà l’avvio delle Paralimpiadi con le prime gare, viaggiano già su percentuali superiori all’ottanta per cento, un dato che fa ben sperare per riempire le stanze in un periodo dell’anno, tradizionalmente di bassa stagione, che l’evento globale ha trasformato in una vetrina dalla visibilità inestimabile. L’obiettivo, dichiarano gli operatori del settore, è ambizioso quanto concreto: raggiungere il pienone anche per questa seconda, delicatissima tranche di competizioni.
Il peso specifico del medagliere secondo l’analisi del Censis
Ma cosa resta, al di là dell’indotto turistico e dei contratti pubblicitari? Il Rapporto CONI–Censis, presentato a dicembre del 2025, aveva già fornito una lente interpretativa piuttosto precisa sul fenomeno, lontana anni luce dalla semplice retorica della “squadra che vince”. Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, aveva sottolineato come la medaglia olimpica, nella percezione diffusa, non rappresenti soltanto un’emozione effimera o l’apice di una carriera individuale. È, a suo avviso, un indicatore strutturale della reputazione nazionale, un termometro che misura la capacità del Paese di competere in un contesto globale. Per l’89 per cento degli italiani, che il Belpaese sia tra le nazioni con il maggior numero di podi è questione di prestigio internazionale, un dato, questo, che emerge dallo studio con una chiarezza inequivocabile e che attraversa in modo trasversale generazioni e territori, consolidandosi come un vero e proprio bene comune percepito.
L’analisi regionale di un successo collettivo
E venendo al concreto della performance, i numeri raccontano anche una geografia ben precisa del successo. Trenta medaglie pesate, distribuite su otto regioni italiane più uno Stato estero per quanto riguarda i luoghi di nascita o di formazione degli atleti, ma con un paio di territori che fanno assolutamente la parte del leone. Il Trentino-Alto Adige, con le sue montagne e la sua cultura dello sport invernale, ha forgiato atleti capaci di portare a casa qualcosa come ventinove podi. Subito dietro, incalza la Lombardia, con le sue diciotto medaglie, a testimoniare un indotto sportivo e una capacità di investimento sui settori giovanili che evidentemente paga. Un contributo, quello di queste regioni, che va ben oltre il semplice dato statistico e che restituisce l’immagine di un sistema Paese che, quando funziona, sa esprimere eccellenze in grado di competere ad armi pari con le potenze tradizionali degli sport del ghiaccio e della neve.




