«Binu non pareva Provenzano»: vent’anni fa la fine del fantasma di Cosa Nostra
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Redazione Interno
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Era l’alba dell’11 aprile 2006 quando, tra i ruderi di un casolare a Montagna dei Cavalli, a due passi da Corleone, una mano spuntò dall’interno per ritirare una ciotola. Un gesto quotidiano, quasi banale, che avrebbe però segnato la storia giudiziaria italiana. Da quel casolare, che per anni era stato l’ufficio e il rifugio del capo di Cosa Nostra, arrivò una richiesta secca a Giuseppe Pignatone, allora in ufficio a Palermo insieme ai magistrati del pool: «Dottore, che facciamo?». La discussione tra i presenti – tra cui una giovanissima Marzia Sabella – fu breve, e la risposta del procuratore aggiunto non si fece attendere: «Entrate». Così, dopo 43 anni di latitanza, la polizia di Stato fece irruzione nella stanza dove Bernardo Provenzano custodiva il suo archivio di “pizzini”, spezzando l’invisibilità che lo aveva reso una leggenda criminale.
Il soprannome del boss e la lunga attesa degli investigatori
Sulla grafia del suo nomignolo, Marzia Sabella – unica donna di quel pool e ancora oggi operativa nel settore – non ha avuto mai dubbi. «Io l’ho sempre sentito, nelle intercettazioni dei colloqui dei suoi uomini, con una sola enne: Binu», racconta, correggendo quella vulgata giornalistica che per anni lo aveva chiamato “Binnu”. Quattro lettere per nominare un fantasma, almeno così era considerato fino a quella mattina di vent’anni fa, nonostante già nei mesi precedenti fosse uscito un film intitolato *Il fantasma di Corleone*. Per gli inquirenti, che sotto il coordinamento di Pignatone e con il sostegno dello Sco e della Squadra mobile (guidati da Renato Cortese), avevano ricucito i rapporti con i fiancheggiatori del boss, la sofferenza del silenzio era stata immensa. Loro sapevano che il fantasma era vivo, e aspettavano solo il momento per smascherarlo.
L’irruzione e l’archivio dei segreti
Quando gli uomini della “Catturandi” sfondarono la porta del casolare, si trovarono davanti una scena che smentiva la mitologia del “capo dei capi”. Provenzano, minuto e dimesso, non pareva affatto il sanguinario “Binnu u’ tratturi” descritto dai pentiti. Nel covo, tra formaggi e cicoria, gli agenti rinvennero una macchina da scrivere e centinaia di “pizzini”: bigliettini cifrati che rivelavano un sistema di potere fondato su appalti, estorsioni e una rete di complicità silenziosa. Quelle carte, come emerse dalle indagini successive coordinate dalla Sabella insieme a Michele Prestipino, raccontavano una mafia mutata, meno violenta in apparenza ma profondamente radicata nel tessuto economico.
Un modello criminale destinato a tramontare
La cattura di Provenzano, avvenuta mentre l’Italia era ancora ferma ai risultati delle elezioni politiche, spazzò via in un attimo ogni altra notizia. Per gli inquirenti fu la conferma che la “strategia della sommersione” voluta dal boss dopo l’arresto di Totò Riina era crollata. Se negli anni Novanta Provenzano aveva imposto una tregua nelle stragi per favorire l’infiltrazione negli appalti e nei rapporti con la politica, la sua fine in un casolare dimostrò che nessuno è intoccabile. La sua morte, avvenuta in carcere nel 2016, ha chiuso il cerchio su un’epoca, lasciando però senza risposta molti degli interrogativi custoditi in quei pizzini trovati tra le buste della spesa.




