Droni su San Pietroburgo, incendi ai terminal petroliferi e Trump attacca Zelensky
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Redazione Esteri
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Il più vasto attacco con droni ucraini contro San Pietroburgo dall'inizio del conflitto ha colpito nella notte la seconda città russa, facendo divampare le fiamme in una raffineria e in un deposito petrolifero. Il governatore cittadino Aleksandr Beglov ha riferito di una persona morta e cinque ricoverate, mentre l'aeroporto di Pulkovo ha limitato i voli in via precauzionale.
La difesa aerea russa ha dichiarato di aver abbattuto 144 velivoli senza pilota sul territorio della regione di Leningrado, secondo quanto riportato dai media statali, che definiscono l'incursione la più pesante subita dalla città dal 2022.
Le fiamme e gli obiettivi colpiti
Una densa colonna di fumo nero si è alzata dal terminal petrolifero di San Pietroburgo e dal deposito Ruchi, infrastrutture strategiche per l'export di carburante. Le autorità hanno segnalato incendi anche in magazzini industriali, mentre il social network russo VKontakte ha confermato che il proprio data center è stato centrato e il colosso dell'ecommerce Ozon ha riferito di danni al centro logistico.
Il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha aggiunto che circa ventimila persone sono rimaste senza elettricità nella cittadina di Yanino, dove è stata colpita una sottostazione, e che una donna con tre bambini è stata ospedalizzata per sintomi di avvelenamento da monossido di carbonio dopo che detriti di un drone hanno incendiato un'abitazione.
La minimizzazione del Cremlino e la risposta di Kiev
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha commentato l'accaduto definendo l'azione ucraina come «le ultime manifestazioni di un'agonia», sostenendo che il regime di Kiev si sta opponendo senza riuscire a cambiare il corso degli eventi. Mosca ha fatto sapere di rispondere regolarmente con attacchi massicci e pianificati su obiettivi a Kiev e in altre regioni ucraine.
Dal canto suo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato la Russia di aver violato per 76 volte la tregua energetica annunciata da Trump, colpendo sottostazioni in quattro regioni ucraine e lasciando decine di migliaia di famiglie senza corrente. Kiev sostiene che i raid contro le infrastrutture petrolifere russe rappresentano una rappresaglia legittima per i bombardamenti subiti.
Lo scontro a distanza tra Trump e Zelensky
Nelle stesse ore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato pubblicamente l'omologo ucraino sul social Truth Social, accusandolo di non voler porre fine alla guerra e di colpire deliberatamente le raffinerie russe per danneggiare i mercati globali del diesel, inclusi quelli americani.
«Zelensky non si preoccupa, e francamente, con tutti i soldi che l'Europa gli sta notoriamente dando e che il corrotto Joe Biden gli ha dato in passato, non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l'ha mai voluto», ha scritto il tycoon, sostenendo che due anni fa avrebbe potuto ottenere un accordo migliore rispetto a quello possibile oggi.
Trump ha anche difeso la propria decisione di firmare un ordine esecutivo che sospende temporaneamente le nuove sanzioni contro la Russia, spiegando di non voler allontanare Mosca dal tavolo negoziale e rivendicando «grandi progressi» nei colloqui, inclusa la trattativa sugli ostaggi.
Il quadro dei negoziati e la tregua energetica
La Casa Bianca ha recentemente sbloccato un accordo per l'acquisto di diesel russo destinato ai mercati globali, una mossa che secondo l'amministrazione serve a contenere i prezzi dei carburanti in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre. La decisione ha provocato shock a Kiev e tra gli alleati europei, alimentando il timore che Washington stia sposando la linea del Cremlino.
Zelensky, dal canto suo, ha riferito di aver parlato con gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner per cercare di distendere i rapporti, ribadendo che l'Ucraina è pronta a lavorare in modo costruttivo e onesto e che molto dipende dalla posizione degli Stati Uniti. Il leader ucraino ha anche definito un «errore storico» l'ipotesi che Washington sostenga formalmente Mosca, esprimendo gratitudine per la ripresa della condivisione di intelligence da parte americana.
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