Le città di pianura trionfa ai David di Donatello 2026, la protesta delle maestranze fa da controcanto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono state le otto statuette di “Le città di pianura” a illuminare la serata della 71esima edizione dei David di Donatello, svoltasi ieri sera al teatro 23 di Cinecittà, ma il clima festoso dell’evento – che pure celebrava il meglio della produzione nazionale – si è dovuto costantemente misurare con il malcontento di chi, dietro le quinte, un lavoro stenta ormai a trovarlo. È infatti un quadro contraddittorio quello che emerge dalla kermesse: da un lato il trionfo dell’opera di Francesco Sossai, outsider capace di spazzare via la concorrenza di colossi come “La Grazia” di Paolo Sorrentino (pur forte di quattordici candidature, quest’ultimo è rimasto a bocca asciutta), dall’altro la protesta organizzata dal movimento #siamoaititolidicoda, le cui istanze hanno letteralmente circondato il red carpet per rivendicare un cambiamento urgente nelle politiche di finanziamento del settore.

Un successo annunciato, una sorpresa nella sostanza

Se i pronostici della vigilia indicavano un testa a testa tra il film di Sossai e quello di Sorrentino, la realtà dei fatti ha consegnato un verdetto netto e schiacciante a favore della pellicola definita “sgangherata” ma di straordinario impatto. “Le città di pianura”, scritto a quattro mani con Adriano Candiago – il quale si è aggiudicato anche il David per il miglior casting –, non si è limitato a portare a casa il premio principale, ma ha costruito una vera e propria scia d’oro che include riconoscimenti per la regia, la sceneggiatura originale, il montaggio, la canzone (grazie al brano “Ti” di Krano) e la produzione. A ciò si aggiunge la vittoria di Sergio Romano come miglior attore protagonista, lui che nel film interpreta il personaggio di Carlobianchi e che ha raccolto il testimone lasciato da una concorrenza agguerrita, composta tra gli altri dal suo stesso collega di set Pierpaolo Capovilla. Le parole spese da Romano nel ritirare il premio hanno evitato accuratamente la retorica trionfalistica, concentrandosi piuttosto sul bisogno di “essere visti”, una riflessione che calza a pennello con il clima di precarietà denunciato fuori dagli studi.

La carica degli ottantatré anni e le sorprese delle categorie minori

Se il miglior attore ha un volto maschile e giovane, quello della miglior attrice protagonista porta la firma di un’esplosiva Aurora Quattrocchi, premiata per la sua interpretazione in “Gioia mia” di Margherita Spampinato. L’attrice, ottantatré anni, ha catalizzato l’attenzione con un’ovazione che ha spazzato via ogni formalism, lanciando un appello accorato affinché le sale cinematografiche tornino a essere grandi e dignitose, abbandonando quelle “salette micragnose” che snaturano la fruizione del film. Quest’ultimo lavoro ha permesso a Spampinato di ottenere anche il David per il miglior esordio alla regia, confermando la vitalità di un cinema che, nonostante tutto, sa ancora rigenerarsi. Tra gli altri riconoscimenti di rilievo spiccano i premi come non protagonisti: Matilda De Angelis, per “Fuori” di Mario Martone, ha sfruttato l’occasione per denunciare l’impoverimento culturale in atto nel Paese, mentre Lino Musella si è aggiudicato la statuetta maschile per “Nonostante” di Valerio Mastandrea. Menzione a parte merita “La città proibita”, che ha racimolato due premi tecnici (fotografia e scenografia), e “Primavera”, capace di aggiudicarsi i David per compositore, acconciatura, costumi e suono.

La polemica dei fondi e il boicottaggio mancato

A rendere la serata meno patinata è stata però la forte tensione sindacale che aleggiava all’esterno degli studi. I lavoratori del settore, assistiti da rappresentanti di Usb Cinema e da alcuni esponenti politici dell’opposizione, hanno inscenato un presidio per protestare contro i tagli lineari ai fondi e contro un rinnovo del contratto collettivo che manca ormai da ventisette anni. L’accusa mossa dal movimento #siamoaititolidicoda è chiara: si parla di un comparto “agonizzante” e di un governo che, secondo i manifestanti, ha prodotto danni strutturali tentando di imporre una certa egemonia culturale. Avevano lanciato un appello agli attori perché boicottassero la festa – un invito caduto però nel vuoto visto che nessun big del cinema ha disertato l’appuntamento –, limitandosi a sfilare con cartelli e maschere per rappresentare lo stato di “invisibilità” in cui versano le maestranze. La serata è proseguita regolarmente, ma il riferimento alla crisi è riecheggiato anche sul palco, nelle parole del conduttore Flavio Insinna e nel discorso della stessa De Angelis, dimostrando come la frattura tra l’apparato produttivo e la base lavorativa sia ormai una voragine impossibile da ignorare.

Gli assenti illustri e il testimone della carriera

Tra i momenti clou della cerimonia – condotta da Bianca Balti e Insinna con la partecipazione di Nino Frassica – ci sono stati i premi alla memoria e alla carriera, sebbene non siano mancati gli episodi di defezione eclatanti. Checco Zalone, il cui film “Buen camino” (diretto da Gennaro Nunziante) ha vinto il David dello spettatore per via dei record al botteghino, ha fatto registrare la propria assenza, tanto che il premio è stato ritirato dai soli produttori. Nonostante la defezione del comico pugliese, il suo exploit commerciale rappresenta l’unico dato inequivocabilmente positivo di una serata che ha visto invece Gianni Amelio ricevere il David alla carriera e Vittorio Storaro – premio Cinecittà – emozionare il pubblico con la sua presenza carismatica. Al di là della lista dei vincitori, insomma, ciò che resterà impresso di questa edizione è lo scollamento tra l’eccellenza artistica dei prodotti in gara (su tutti la rivelazione Sossai) e la disperazione silenziosa di tecnici e comparse, i quali, come è stato ripetuto più volte, sono la struttura portante senza la quale nessun “capolavoro” potrebbe mai vedere la luce.

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