Teheran dirà se il futuro è cinese o americano
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Redazione Esteri
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Un mese esatto di guerra, e il tabellone dei bombardamenti dice numeri da prima guerra mondiale: ventimila obiettivi colpiti tra Stati Uniti e Israele, sessanta miliardi di dollari bruciati in armamenti secondo le stime degli analisti, più di quattromila vittime accertate tra la Repubblica islamica e il Libano. Numeri che raccontano una schiacciante superiorità economica, tecnologica e militare, certo, ma che non riescono ancora a tradursi in quella parola tanto attesa dai generali quanto sfuggente: la vittoria. Perché se la propaganda – lo insegna Ramses II, che nel 1274 avanti Cristo fece scolpire sui templi egizi il trionfo di Qadeš mentre i documenti storici raccontano semmai di un pareggio – ha sempre avuto il potere di riscrivere la storia, oggi il campo di battaglia si è fatto più insidioso. Non si combatte solo con i missili, ma con gli algoritmi, le immagini generate dall’intelligenza artificiale, i video virali che mostrano ciò che non è mai accaduto.
E infatti, mentre i caccia bombardano le infrastrutture energetiche e il trasporto marittimo resta bloccato nello Stretto di Hormuz, un’altra guerra, forse più decisiva, si gioca sugli schermi. L’Iran, che non può competere sul piano strettamente militare, ha investito nella narrazione: un’abile strategia che mescola il vittimismo – le immagini di fumo su Teheran e di civili feriti diffuse per mobilitare l’opinione pubblica internazionale – con la rivendicazione di successi inesistenti. I video generati con l’intelligenza artificiale che mostrano cacciabombardieri F-35 abbattuti o navi da guerra americane in fiamme, se da un lato fanno sorridere gli esperti per la loro goffaggine – basti pensare al primo ministro israeliano ritratto con sei dita in una mano – dall’altro riescono a raggiungere milioni di visualizzazioni, alimentando quella che gli analisti chiamano “battaglia cognitiva”. Si tratta, in fondo, della stessa logica per cui l’antico faraone poté permettersi di riscrivere la storia: vince chi riesce a persuadere i propri sudditi – e il mondo – di aver vinto.
Le divergenze tra gli alleati e il nodo degli obiettivi strategici
A un mese dall’inizio delle ostilità, però, il quadro appare più complesso di una semplice contrapposizione tra fuoco e menzogna. Emergono divergenze crescenti, e neppure troppo nascoste, tra i due principali alleati. Gli Stati Uniti, potenza globale con interessi sparsi in tutto il Golfo, guardano all’Iran con un’attenzione particolare agli equilibri petroliferi e alla sicurezza dei flussi marittimi: vogliono indebolire il programma missilistico e la marina militare, sì, ma senza far esplodere il prezzo del greggio a livelli che metterebbero a rischio le elezioni di midterm. Israele, al contrario, ha un obiettivo più esistenziale: il paese che ne ha giurato la distruzione deve essere non solo indebolito, ma reso incapace di minacciarne l’esistenza. Per questo continua a colpire i vertici del regime, a martellare le infrastrutture petrolifere, a tentare di far crollare la struttura stessa dello Stato iraniano.
Lo scontro sulle priorità è esploso in tutta la sua evidenza dopo l’attacco israeliano al giacimento di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo. Il presidente Trump, che solo pochi giorni prima vantava la “partnership senza precedenti” con Tel Aviv, si è affrettato a prendere le distanze: “NON CI SARANNO PIÙ ATTACCHI DA PARTE DI ISRAELE riguardo a questo importantissimo South Pars Field”, ha scritto su Truth Social, specificando che gli Stati Uniti non ne sapevano nulla e che il Qatar – paese alleato e cruciale per gli interessi energetici americani – non era stato coinvolto. Le dichiarazioni ufficiali hanno poi tentato di ricucire lo strappo, con la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard che ha ribadito in audizione al Congresso la sintonia sugli obiettivi finali, ma la crepa è diventata pubblica. Per Israele, il calcolo è diverso: non ha bisogno dello Stretto di Hormuz per il proprio approvvigionamento energetico e può permettersi di sopportare un conflitto più lungo, anche a costo di far salire le quotazioni del petrolio e mettere in difficoltà l’amministrazione americana.
Il costo della guerra e il miraggio della vittoria totale
I numeri, del resto, aiutano a capire perché i due alleati vedano la guerra con prospettive tanto diverse. Secondo stime del Centre for Strategic and International Studies, le operazioni militari costano quasi 900 milioni di dollari al giorno, un ritmo di spesa che ha già superato quello delle operazioni del giugno 2025 e che rischia di diventare insostenibile se il conflitto si protrarrà. A questi costi diretti si aggiungono le conseguenze economiche globali: il prezzo del petrolio, dopo un balzo verso i 120 dollari al barile, si è stabilizzato intorno ai 90, ma l’incertezza sul futuro dello Stretto di Hormuz – da cui passa il 20 per cento del greggio mondiale – tiene in ansia i mercati. Il trasporto marittimo ha già subito rincari del 15-20 per cento per container, e molte compagnie aeree hanno iniziato ad aumentare le tariffe per far fronte al caro-kerosene.
E poi ci sono le vite. Più di 1.200 le vittime accertate in Iran, una cifra destinata a salire se si considera che gli attacchi continuano a colpire infrastrutture civili, con il rischio di un disastro ambientale senza precedenti: il fenomeno della “pioggia nera” su Teheran, causata dall’incendio dei depositi di carburante, ha liberato nell’atmosfera una miscela tossica di anidride solforosa e ossidi di azoto, che ora rischia di contaminare i raccolti e le falde acquifere dei paesi vicini. È il paradosso di questa guerra: mentre gli strateghi discutono se puntare a rovesciare il regime o solo a indebolirlo militarmente, mentre Washington e Tel Aviv si confrontano su obiettivi e metodi, il conflitto si allarga, si complica, e rischia di sfuggire di mano a entrambi. Perché se è vero che la propaganda può scrivere la storia, è altrettanto vero che la realtà, prima o poi, si riprende i suoi spazi. E la realtà, oggi, racconta di una guerra lunga, costosa, e dal finale ancora tutto da scrivere.




