James van der Beek e il conto salato di Capeside: le vite parallele degli attori di Dawson’s Creek tra lutti, fuoristrada e case bruciate
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Chiunque fosse nato tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta – e riponeva nella cameretta un televisore con il segnale analogico – sa che si cresce, ma non si smette mai di misurarsi con i fantasmi della propria adolescenza. Uno di questi fantasmi, forse il più gentile e certamente il più ingombrante, aveva il volto pulito di James David van der Beek, il ragazzo che dal 1998 al 2003 ha abitato la piccola e piovosa Capeside nei panni di Dawson Leery, aspirante regista spielberghiano e narratore dei tormenti di un’intera generazione. Il febbraio del 2026 ha consegnato l’ultima, crudele dissolvenza: van der Beek è morto a quarantotto anni, nel suo ranch in Texas, dopo una battaglia durata due anni e mezzo contro un cancro al colon-retto diagnosticato nell’agosto del 2023 -1-6. L’annuncio, arrivato attraverso il comunicato della moglie Kimberly Brook, ha chiuso la finestra su un’epoca e ne ha aperta un’altra, quella in cui la fiction – e la sua malinconica, pervicace “maledizione” – ha smesso di essere una metafora per trasformarsi in una cronaca giudiziaria e ospedaliera che non concede repliche.
L’etichetta è inflazionata, certo, eppure l’elenco degli attriti, delle assenze e dei traumi che hanno incrociato il cammino del cast di Dawson’s Creek restituisce un controcampo ben più amaro degli happy ending che lo show, di norma, risparmiava ai suoi protagonisti. Non si tratta soltanto della scomparsa di van der Beek – che pure rappresenta il cedimento del pilastro centrale, la pietra angolare di un racconto durato sei stagioni – ma della densità impressionante di eventi avversi che hanno toccato i comprimari e persino gli autori. Obi Ndefo, l’attore che prestava il volto a Bodie Wells, il cognato di Joey Potter, se n’è andato nel novembre del 2024 a cinquantun anni -2-8. Dopo aver perso entrambe le gambe nell’agosto del 2019 – un pirata della strada ubriaco lo centrò a sessanta chilometri orari mentre caricava la spesa nel bagagliaio – Ndefo aveva trasformato la sua sopravvivenza in un manifesto di resistenza, insegnando yoga e raccogliendo fondi per le protesi che non fece in tempo a indossare -3-8.
Eppure la geografia del dolore si allarga ulteriormente. Joshua Jackson, che della serie era l’antagonista romantico Pacey Witter, nel 2025 ha assistito alla distruzione della propria casa a Topanga Canyon, divorata dagli incendi che hanno martoriato la contea di Los Angeles -2-7. Non era una qualunque proprietà immobiliare: Jackson l’aveva ricomprata da adulto dopo che i genitori, quando lui aveva otto anni, l’avevano venduta in seguito al divorzio. Era la casa della sua infanzia, quella in cui era cresciuto, e l’aveva rimessa a posto per sua figlia Juno. È bruciata interamente. Michelle Williams, la ribelle Jen Lindley che la nonna costringeva a vivere con i vestiti sbagliati e le regole sbagliate, nel 2008 si era già portata sulle spalle il peso della morte di Heath Ledger, compagno e padre di sua figlia Matilda, stroncato da un’overdose di farmaci -2-7.
Ma c’è un tassello che la narrazione pubblica tende a marginalizzare e che invece completa il quadro: il suicidio di Heidi Ferrer, avvenuto nel maggio del 2021 -2. Ferrer non era un’attrice, bensì una sceneggiatrice che aveva lavorato alla scrittura della serie; la sua scelta drastica arrivò dopo tredici mesi di sofferenze neurologiche causate dalla sindrome post-Covid, un dolore che il marito descrisse in presa diretta come «insopportabile e senza tregua» -2-7. Quella di Ferrer è la morte meno citata, eppure completa una trama di resistenza fallita che non conosce gerarchie di schermo.
Mediaset ha risposto alla morte di van der Beek con una mossa quasi istintiva, quella che i network riservano ai capisaldi del proprio archivio: giovedì 12 febbraio, in seconda serata su Italia 1, sono state trasmesse le prime due puntate della serie, Emozioni in movimento e Festa di ballo, mentre la piattaforma Mediaset Infinity ha messo a disposizione l’intero catalogo delle sei stagioni -5-9. Un’operazione nostalgia che però, alla luce dei fatti degli ultimi diciotto mesi, si carica di una luce diversa: vedere Dawson che corre sulla banchina del molo, Joey che lo aspetta con la fronte corrucciata, Pacey che ruba la barca, non è più il rito consolatorio di un tempo, ma la proiezione di un album di famiglia in cui qualcuno – molti, a dire il vero – hanno già lasciato lo spazio vuoto.
Il tumore ignorato e la colletta per i figli
Van der Beek, lo si è appreso dopo la diagnosi, aveva attribuito i primi cambiamenti nelle sue abitudini intestinali alla dieta o al caffè, un ritardo diagnostico che non gli ha impedito di affrontare le cure con quella che la moglie ha definito «grazia» -1-10. Nel novembre del 2024 aveva reso pubblica la malattia: al colon avevano diagnosticato uno stadio 3, il trattamento era diventato un lavoro a tempo pieno -1. L’ultima apparizione pubblica significativa, prima del forzato ritiro, risale a una reunion del cast organizzata a New York per raccogliere fondi destinati alla ricerca oncologica; lui avrebbe dovuto esserci, ma il aveva già deciso diversamente -7.
La risposta del pubblico alla sua assenza – e poi alla sua scomparsa – si è tradotta in cifre: una raccolta fondi lanciata su GoFundMe per aiutare la moglie e i sei figli, di età compresa tra i quattro e i quindici anni, a saldare il mutuo e a sostenere le spese scolastiche, ha superato il milione di dollari in poche ore -7. Un dato che dice molto meno della commozione e molto di più della percezione, collettiva e quasi viscerale, che il ragazzo di Cheshire, Connecticut, non fosse un attore in prestito alla televisione, ma un amico d’infanzia cresciuto in diretta nelle case di chi lo guardava.
La fragilità come copione mai scritto
Se il meccanismo della maledizione regge – ed è giusto prenderlo con la cautela che si riserva a ogni costrutto narrativo posticcio – è perché le vite dei protagonisti di Dawson’s Creek hanno continuamente prodotto cortocircuiti con i destini dei loro personaggi. Jen Lindley moriva nell’ultima stagione, malata di cuore, lasciando la figlia a un gruppo di amici spiazzati; Michelle Williams quel lutto lo ha onorato realmente, senza che nessuno avesse scritto una riga per lei. Katie Holmes, la Joey Potter che aspettava Dawson e intanto cresceva, ha impiegato anni a riprendersi dal divorzio da Tom Cruise e dalle battaglie per la custodia di Suri -2. La sceneggiatura era stata ancora una volta più forte della realtà.
La morte di van der Beek, adesso, sposta il baricentro della memoria collettiva. Non si guarderà più Dawson’s Creek con l’ironia affettuosa che si riserva ai maglioni extralarge e ai dialoghi troppo verbosi; si cercherà invece il momento in cui il destino era già scritto, la ruga precoce intorno agli occhi di un uomo che di anni ne aveva appena ventuno e già portava sulle spalle un intero immaginario. E non si potrà fare a meno di notare che, proprio come nelle storie migliori, anche qui la luce del faro di Capeside continua a girare, a vuoto, su un mare che non restituisce più nessuno.




