Rubio, il viceré di Caracas che dialoga con l'Europa: dentro la strategia Usa sul Venezuela
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Redazione Esteri
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L’ascesa di Marco Rubio all’interno dell’amministrazione Trump delinea un quadro di potere complesso, dove rivalità passate si sono trasformate in una collaborazione che definisce, in maniera sostanziale, la politica estera americana in aree sensibili. L’attuale segretario di Stato, un tempo avversario frontale del presidente durante le primarie repubblicane del 2016, non solo guida il Dipartimento di Stato ma presiede anche il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, diventando di fatto l’architetto di una strategia che, pur muovendosi all’interno del perimetro generale disegnato dalla Casa Bianca, mostra talvolta sfumature autonome e significative. La sua influenza, del resto, è apparsa decisiva nel riorientare l’approccio statunitense verso il Venezuela, un dossier sul quale Trump aveva inizialmente mostrato una certa propensione per le vie diplomatiche, poi abbandonate in favore di una linea più dura.
Dal conflitto alla regia della sicurezza
Quella che un tempo era una contesa personale fatta di epiteti sprezzanti – come quando il futuro presidente lo chiamò “Little Marco” – si è evoluta in una partnership operativa, seppur intrisa di dinamiche di potere ben precise. Rubio, formatosi nella scuola di pensiero neoconservatrice che tradizionalmente guarda all’“esportazione della democrazia” come a uno strumento di politica estera, è riuscito a convincere il presidente dell’inaffidabilità del regime di Nicolás Maduro, paventando rischi e instabilità. Questo lavoro di persuasione, portato avanti lontano dai riflettori, ha preparato il terreno per una serie di iniziative più aggressive, sebbene, curiosamente, dopo gli ultimi sviluppi lo stesso segretario di Stato abbia ripreso a parlare pubblicamente di diplomazia, in una apparente frenata tattica che alcuni osservatori interpretano come un tentativo di non bruciarsi politicamente in un avventuroso scontro frontale.
Doppio binario: il falco e il diplomatico
La gestione del dossier venezuelano, del resto, svela il doppio registro che caratterizza l’azione di Rubio, il quale – mentre viene ritratto dai suoi detrattori come una sorta di “viceré” di Caracas – mantiene un profilo sensibilmente diverso su altri scenari internazionali. È il caso dell’Ucraina, un tema sul quale la sua posizione risulta molto più vicina e comprensiva delle preoccupazioni europee, dimostrando una capacità di adattamento che travalica gli steccati ideologici rigidi. Questo pragmatismo, che alcuni definirebbero ambivalenza, gli permette di esercitare un’influenza trasversale, agendo come una figura di cerniera tra le diverse anime dell’establishment di Washington e gli interessi degli alleati al di là dell’Atlantico, senza per questo rinunciare a un linguaggio forte quando ritiene sia necessario.
Radici storiche di una politica neocoloniale
L’idea stessa di poter indicare, da Washington, una guida per Caracas affonda le sue radici in una visione che riecheggia epoche passate della politica interventista americana, un retaggio che non viene certo negato ma anzi, in certi ambienti, rivendicato come espressione di un diritto-dovere di leadership. La suggestione lanciata dallo stesso Trump di vedere Rubio come un possibile presidente del Venezuela, per quanto possa apparire iperbolica, si inserisce in una tradizione che guarda a figure come Theodore Roosevelt e alla sua retorica della “guerra splendida e breve”, un modello di intervento rapido e decisivo volto a ridisegnare gli assetti di potere in quello che era considerato il cortile di casa. Oggi, gli strumenti sono diversi – dalle sanzioni finanziarie alla pressione diplomatica, fino a operazioni meno visibili – ma l’obiettivo di fondo, cioè l’allontanamento di Maduro e l’instaurazione di un governo allineato con gli interessi statunitensi, rimane immutato, con il segretario di Stato chiamato a bilanciare l’istanza ideologica con le calcolate necessità del realpolitik.




