Zohran Mamdani giura nella metro e diventa il primo sindaco musulmano di New York
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Redazione Esteri
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Sotto la superficie brulicante di Manhattan, in una stazione della metropolitana ormai dismessa che serpeggia sotto il municipio, Zohran Mamdani ha pronunciato il giuramento poco dopo la mezzanotte, assumendo così, in un’atmosfera volutamente simbolica e anti-establishment, la guida della più grande città degli Stati Uniti. Quel gesto, compiuto nel cuore della notte, ha sancito non solo l’inizio di un mandato quadriennale ma anche un passaggio storico: Mamdani, trentaquattrenne esponente della sinistra democratica socialista, è infatti il primo sindaco di New York di fede musulmana, un dato che riassume la trasformazione demografica e culturale di una metropoli sempre in movimento.
Una campagna travolgente e un'insolita rivelazione
La sua ascesa politica, che lo ha portato a conquistare un ruolo di tale rilievo, è stata caratterizzata da una campagna elettorale travolgente e atipica, capace di mescolare attivismo radicale e linguaggio popolare, tanto da essere celebrata con magliette che lo definiscono, in gergo, “zaddy”, un termine che ne enfatizza il carisma. Lo stesso Mamdani, del resto, non ha mai cercato di conformarsi a uno stampo tradizionale, come dimostra la sua partecipazione a Gaydar, una nota trasmissione social dove i candidati vengono intervistati per sondarne orientamenti e sensibilità; in quell’occasione, rispondendo alla domanda trabocchetto sul significato dell’acronimo WLW, ossia “Women Loving Women”, se ne uscì con una battuta che rivelava la sua dimestichezza con certi codici, consolidando un’immagine di politico nuovo e diretto.
Il "block party" per una città alla vigilia di una nuova era
Nei giorni precedenti l’insediamento, il giovane sindaco aveva già delineato il tono della sua amministrazione, presentando una cerimonia che sarebbe stata seguita da un imponente “block party”, una festa di isolato alla quale sono accorse decine di migliaia di persone, insieme a numerosi artisti e personaggi dello star system progressista americano. “Questo insediamento è la celebrazione del movimento che abbiamo costruito, del mandato che abbiamo vinto e della città che ci prepariamo a guidare”, aveva dichiarato Mamdani, promettendo di traghettare New York verso quella che ha definito senza mezzi termini “una nuova era”. Un obiettivo ambizioso, che dovrà però fare i conti con la complessa macchina municipale e con un quadro politico nazionale che vede Donald Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti.
Le sfide di un mandato sotto la lente nazionale
Il suo mandato, perciò, si prospetta fin da subito come un banco di prova cruciale, non solo per la gestione delle annose questioni cittadine – dalla sicurezza ai trasporti, dall’edilizia popolare alle disuguaglianze – ma anche come esperimento di governo socialista in una delle capitali globali del capitalismo. La scelta di giurare in un luogo sotterraneo e fuori dall’ordinario, lontano dai saloni dorati, sembra voler rimarcare una rottura con il passato e un’adesione a un’idea di politica come movimento dal basso, sebbene la vera prova, come sempre, inizierà ora, nell’amministrazione quotidiana di una città che non concede sconti a nessuno.




