Il rigore che non c’era (o forse sì) e il dubbio che diventa sistema: Cesari, Bergonzi e l’Inter che si ritrova arbitro contro

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Il fischio, in ritardo, è già un primo segnale. L’indice puntato verso l’area, invece, arriva dopo una breve esitazione, quasi come se l’arbitro Massa volesse prima convincersi di ciò che i suoi occhi hanno appena registrato. Il verdetto iniziale, nel caos del finale di Como-Inter, è un calcio di punizione per i padroni di casa e un’ammonizione per Bonny, il difensore nerazzurro finito al centro della contesa con Nico Paz. Peccato che il Var, nella cabina di regia affidata ad Aureliano, la pensi diversamente: il contatto – spiegano senza troppi giri di parole – è avvenuto all’interno della linea di demarcazione che trasforma un fallo laterale in un penalty. Da lì, la correzione, il penalty trasformato da Da Cunha, e una nuova, ennesima crepa nel rapporto tra la capolista e chi dovrebbe garantire l’equilibrio sul rettangolo verde.

Cesari e quella “follia” che poteva essere evitata

Graziano Cesari, ex arbitro dal carattere notoriamente schietto, non usa mezzi termini quando analizza l’episodio nel corso di “Pressing”. Lo definisce un errore “grossolano”, un giudizio che per sua stessa ammissione nasce da una certa dose di “stizzimento” professionale. Ciò che lo infastidisce maggiormente, spiega, non è tanto l’errore in sé – perché l’errore umano, si sa, fa parte del mestiere – quanto la sua natura: “facile da evitare”, dice, visto l’armamentario tecnologico a disposizione. L’arbitro Massa, sottolinea Cesari, era vicinissimo all’azione, in una posizione che avrebbe dovuto consentirgli di distinguere senza troppi patemi la linea di fondo dell’area. E invece, ecco la chiamata sbagliata, il cartellino giallo per Bonny, e poi la correzione a posteriori. Una correzione che, per l’ex fischietto, non basta a sanare una crepa metodologica: quando si sbaglia alla fine di una partita condotta fin lì senza particolari affanni, il danno è doppio. Perché altera un risultato, certo, ma soprattutto perché mina quella percezione di coerenza che un arbitraggio “normale” dovrebbe garantire.

Bergonzi e l’intervento del Var: un golpe tecnologico?

Daniele Bergonzi, intervenuto invece a “La Nuova Ds”, offre una lettura più tecnica ma altrettanto severa. Secondo la sua ricostruzione, Massa inizialmente interpreta il contatto come un fallo sì, ma da punizione, e ammonisce il difensore dell’Inter. Il Var Aureliano, però, lo richiama: “Ti sei sbagliato”, è in sostanza il messaggio. Il punto, per Bergonzi, non è se il contatto sia effettivamente avvenuto dentro l’area – su questo il protocollo parla chiaro e le immagini pure – quanto il fatto che il guardalinee, in una situazione simile, non sia riuscito a supportare il collega. E poi c’è un’altra sfumatura, non secondaria: il ritardo del fischio. Un ritardo che, a mente fredda, tradisce l’incertezza di chi ha visto il fallo ma ha avuto un attimo di esitazione nel collocarlo nello spazio giusto. Il Var, in questo meccanismo, diventa non solo un correttore ma una sorta di bilancia che, in assenza di evidenze schiaccianti, finisce per spostare il peso della decisione dalla dinamica reale a quella interpretata in cabina.

Cinque punti ballerini e la fine di una “lega” immaginaria

Ciò che rende il caso di Como-Inter diverso da un semplice episodio di moviola è il contesto. Da Ricci a Bonny, passando per una serie di decisioni controverse, l’Inter si ritrova a fare i conti con un mese di arbitraggi che, sommati, potrebbero pesare come un macigno sulla classifica. Si parla di cinque punti – ipotetici, certo, ma non troppo – che la capolista avrebbe lasciato per strada per colpa di segnalazioni dubbie, rigori non concessi o, come in questo caso, rigori concessi agli avversari dopo una correzione. Fabrizio Biasini, ieri a “Pressing”, ha posto una domanda che circola sottotraccia nei dibattiti tra addetti ai lavori: “Si può dire che, dopo l’ultimo mese e mezzo, chi parlava di Inter favorita dagli arbitri ha visto gli equilibri ribaltati?”. Una provocazione che, al netto delle polemiche, fotografa un rovesciamento di narrazione. Per mesi, il sospetto di una protezione arbitrale – la cosiddetta “Marotta League” – ha accompagnato il cammino dei nerazzurri. Ora, episodi come quello del Como sembrano raccontare una storia opposta. Non una persecuzione, intendiamoci, ma certo non quella benevolenza sistematica che molti davano per scontata.

Graziani e il dubbio metodologico: cosa non ha fatto il Var?

Sulla stessa lunghezza d’onda si muove un altro ex arbitro, Graziani, analizzando la stessa azione per “Moviola Como-Inter”. L’errore di Massa, per Graziani, è “grave” non tanto nella sostanza – anche un arbitro esperto può sbagliare la linea di demarcazione in una mischia – quanto nella procedura. La sua tesi è che al Var, in quel frangente, “non abbiano fatto una cosa”. Cioè? Secondo la ricostruzione di Graziani, il protocollo suggerirebbe una verifica più approfondita non solo sul dove, ma anche sul come: la dinamica del contatto, l’intensità, la volontarietà o meno dell’intervento di Bonny. Sono tutti elementi che, in un’ottica di ottimizzazione tecnologica, dovrebbero essere passati al setaccio prima di sovvertire la decisione di campo. E invece, l’impressione è che la cabina di regia si sia limitata a un controllo geometrico – dentro o fuori area – tralasciando magari altri particolari che avrebbero potuto confermare la lettura originaria di Massa. Un cortocircuito metodologico che, a conti fatti, lascia l’amaro in bocca a chi crede nella tecnologia come strumento di verità assoluta. La verità, in questo caso, resta sfumata. E l’unico dato certo è il penalty trasformato, il punto perso dall’Inter, e un dibattito destinato a riaccendersi a ogni nuova moviola.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.