Sciopero Atm, a Milano stop della metropolitana fino a fine servizio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il primo venerdì di novembre ha imposto, a chi si muove per Milano, una nuova e severa prova di pazienza, costringendo i pendolari a ricalcolare i propri percorsi in un giorno già di per sé complesso per gli spostamenti. L'astensione dal lavoro, proclamata dal sindacato Al Cobas, ha infatti determinato la chiusura forzata di tre linee metropolitane, un evento che, come una pietra gettata in uno stagno, ha generato onde di disagio destinate ad ampliarsi fino al termine delle operazioni di trasporto. La circolazione dei treni sulle linee M1, M2 e M3, quelle che costituiscono l'ossatura storica della mobilità sotterranea milanese, è rimasta sospesa, lasciando ai viaggiatori soltanto l'alternativa, seppur parziale, offerta dalle più recenti M4 e M5, la cui riapertura è avvenuta solo dopo le ore 18. Una decisione, quella di interrompere il servizio, che si inserisce in un contesto di protesta più ampio, voluto dal sindacato per manifestare il proprio dissenso "contro la liberalizzazione, privatizzazione, finanziarizzazione e gare d'appalto dei servizi attualmente gestiti dal Gruppo Atm".

Le fasce di garanzia e i disagi in superficie

Sebbene la mobilità su rotaia abbia rappresentato l'aspetto più critico della giornata, i riflessi dello sciopero non si sono limitati al solo sottosuolo. La medesima agitazione, della durata complessiva di ventiquattro ore e che ha coinvolto l'intero personale del gruppo, ha reso altamente probabile una significativa riduzione delle corse anche per quanto concerne i mezzi di superficie, con autobus e tram soggetti a cancellazioni improvvise. La società di trasporto, comunicando attraverso i propri canali ufficiali, aveva previsto la non garantibilità del servizio in due distinti intervalli temporali: il primo, nella fascia centrale della giornata, dalle 8:45 alle 15, e il secondo, più tardo, dopo le 18 e fino alla chiusura delle operazioni. Una frammentazione che, se da un lato ha offerto una finestra di relativa normalità nel primo pomeriggio, dall'altro ha prolungato l'incertezza per chi aveva necessità di spostarsi in serata.

Il quadro nazionale delle agitazioni

Il caso milanese, per quanto di rilevante impatto, non è stato un episodio isolato nel panorama italiano della giornata, che ha visto una mappa dei disagi piuttosto articolata e non uniforme. Accanto alla paralisi parziale del trasporto pubblico locale nel capoluogo lombardo, si sono registrate agitazioni in altre città come Palermo, Messina e Latina, a testimonianza di un malessere diffuso che travalica i confini regionali. Sullo sfondo, poi, si sono intrecciate altre vertenze di comparto, che hanno coinvolto il settore autostradale nel Nord Italia, con una protesta di quattro ore per ciascun turno del personale, e quello degli appalti ferroviari nel Lazio. Un insieme di proteste che, nel loro complesso, hanno disegnato un "venerdì caldo" i cui effetti si sono fatti sentire in modo tangibile per chiunque si trovasse a dover viaggiare.

Le motivazioni della protesta

All'origine di una giornata così complicata per gli utenti non vi è una semplice rivendicazione salariale, ma una opposizione di carattere strutturale alle politiche che stanno ridisegnando il settore dei trasporti. La nota diffusa da Al Cobas, infatti, ha chiarito come l'obiettivo della mobilitazione fosse esplicitamente indirizzato a contrastare un processo percepito come dannoso, quello che porta verso la "liberalizzazione, privatizzazione e finanziarizzazione" dei servizi pubblici, unitamente al meccanismo delle gare d'appalto per quelli gestiti in house da Atm. Una posizione che punta il dito contro un cambiamento di modello gestionale, ritenuto lesivo non solo per i diritti dei lavoratori, ma anche per la qualità e la natura stessa del servizio offerto alla cittadinanza, il quale, secondo i sindacati protestatari, rischierebbe di essere snaturato da logiche di mercato e di profitto.

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