Crosetto attacca: «Il 25 aprile usato come una clava. Un insulto a chi lottò per la libertà»
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Redazione Interno
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«Usare il 25 aprile come una clava politica è un insulto al sacrificio di chi ha combattuto per la libertà!». Con questa invettiva, che suona quasi come un atto d’accusa verso la deriva dell’antifascismo contemporaneo, il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto a caldo sulla giornata più tormentata che la Festa della Liberazione ricordi da anni. La sua ira, alimentata da una lunga consuetudine personale con la ricorrenza (quando era sindaco, ai primi anni Novanta, riceveva la tessera onoraria dell’Anpi da vecchi partigiani come Giovanni Chigo), si concentra su quanto accaduto nel pomeriggio di sabato a Milano, dove le celebrazioni per l’81esimo anniversario dell’insurrezione sono degenerate in una sequenza di sgambetti e umiliazioni ai danni di chi quella storia l’ha scritta o la vuole onorare senza se e senza ma.
L’onta della Brigata Ebraica e i “giovanotti” di Forza Italia
Il fatto più grave, che ha fatto il giro del Paese suscitando sconcerto persino negli ambienti istituzionali, riguarda la cacciata in malo modo della delegazione della Brigata Ebraica dal corteo milanese. Si tratta, è bene ricordarlo, di quell’unità combattente formata da circa cinquemila ebrei che nel 1944, inquadrata nell’esercito britannico, partecipò alle ultime fasi della guerra per liberare l’Italia dal giogo nazifascista. Eppure, nonostante questo pedigree militare - che li vedeva fianco a fianco con i partigiani italiani - loro, ieri, sono stati letteralmente fatti uscire dalla polizia. Insultati da frange ostili con frasi agghiaccianti, tra cui quella riportata dall’ex deputato Emanuele Fiano («Siete solo saponette mancate»), un riferimento diretto agli orrori della Shoah, i rappresentanti della Brigata sono stati deviati dal percorso principale per placare i manifestanti filopalestinesi. E non sono stati soli. A finire nel mirino sono finiti anche i giovani di Forza Italia, accusati dal presidente dell’Anpi di Milano di voler portare bandiere “scomode”. Andrea Ninzoli, il loro segretario regionale, ha raccontato di essere stato oggetto di insulti e minacce, costretto a riparare in un luogo sicuro pur di evitare linciaggio verbale (e non solo) da parte di quella che il ministro Crosetto non ha esitato a definire «gentaglia intollerante».
La risposta del presidente Mattarella e le scorie ideologiche
Mentre la bagarre esplodeva nelle strade, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciava il suo discorso ufficiale a San Severino Marche, scegliendo consapevolmente un’altra frequenza. Lontano dal tafferuglio, il capo dello Stato ha voluto ricordare il senso profondo di quella data: il 25 aprile non è solo la memoria della fuga dei tedeschi da Milano o la firma dell’ordine di insurrezione da parte di Pertini, Sereni e Valiani (due dei quali di origine ebraica, come ha sottolineato Crosetto a sostegno della sua tesi). Mattarella ha parlato di “amor di Patria”, insistendo sul concetto che la Resistenza fu esperienza totale che coinvolse militari, civili e persino sacerdoti, e ha chiuso con il monito «Ora e sempre Resistenza» per mettere in guardia da ogni tentativo di revisionismo o strumentalizzazione. Un messaggio, il suo, che però rischia di essere stato spazzato via dalla furia delle piazze.
La memoria dei partigiani verri e il tradimento dello spirito originario
La riflessione di Crosetto, in questo senso, diventa quasi sociologica. «Quelli erano uomini veri - ha insistito il ministro - persone che avevano vissuto la Resistenza sulla propria pelle. Mai nessuno dei vecchi partigiani dell’Anpi di una volta avrebbe mancato di rispetto alla Brigata ebraica, perché erano stati al loro fianco». La critica del titolare della Difesa non si limita alla cronaca, ma scava nel tradimento di quello spirito: secondo lui, il 25 aprile di oggi è diventato un possesso esclusivo, una sorta di clava ideologica per colpire l’avversario piuttosto che un momento di ritrovamento nazionale. E proprio questo, a suo avviso, costituisce «un insulto a chi ha sacrificato la vita per restituirci la libertà»; parole pesanti che risuonano come un campanello d’allarme su un Paese che, a distanza di 81 anni, non riesce ancora a celebrare la sua festa più importante senza spaccarsi in due.




