Mario Vargas Llosa, morto il Nobel peruviano: tra letteratura, politica e calcio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mario Vargas Llosa, lo scrittore peruviano insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 2010, è morto a Lima all’età di 89 anni. Autore prolifico, saggista e giornalista, aveva ottenuto anche la cittadinanza spagnola, paese in cui aveva vissuto a lungo. La sua scomparsa ha scatenato un’ondata di commozione in Perù, dove i quotidiani gli dedicano le prime pagine e le librerie espongono in vetrina i suoi romanzi più celebri. «Lo ricordo come un mostro della letteratura, sudamericana e mondiale», ha detto Oscar Trelles, un impiegato intervistato per strada.
La sua carriera, segnata da un’iniziale simpatia per Fidel Castro e il comunismo – un percorso simile a quello dell’amico Gabriel García Márquez – si è evoluta verso posizioni più liberali, senza mai smettere di denunciare gli oppressori. «Che dolore perdere la sua voce», ha commentato Federica Niola, traduttrice torinese che negli ultimi anni ha curato l’edizione italiana dei suoi libri per Einaudi. «Avevo appena finito di rivedere la traduzione del suo ultimo lavoro. Viene da pensare che i mostri sacri non muoiano mai, e invece...».
Ma Vargas Llosa non era solo letteratura. La sua passione per il calcio, ad esempio, era nota. All’Estadio Monumental di Lima, dove l’Universitario de Deportes – la squadra della capitale – gioca le partite casalinghe, l’atmosfera è spesso elettrica. Proprio in questi giorni, nonostante il campionato sia appena iniziato, il Melgar, capolista in solitaria, ha battuto i "Cremas" (soprannome dei giocatori dell’Universitario) grazie a un gol di Kenji Cabrera, approfittando di un errore del difensore Riveros. Un dettaglio che, in un paese dove il calcio è vissuto con intensità quasi religiosa, ricorda come Vargas Llosa sapesse raccontare non solo i drammi umani, ma anche le piccole storie quotidiane.




