La sinistra piange Vargas Llosa, ma lui l’aveva rinnegato: tra Castro, Milei e il Perù in lutto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura nel 2010, è morto oggi, lasciando un vuoto che va ben oltre i confini della narrativa. Se il mondo della cultura lo celebra come uno dei massimi esponenti della letteratura contemporanea, capace di trasformare la parola in uno strumento di indagine sociale e politica, è in Perù che la sua scomparsa assume toni più laceranti. Il governo ha proclamato il lutto nazionale, riconoscendo in lui non solo un gigante delle lettere, ma anche un pensatore liberale che ha combattuto ogni forma di totalitarismo, da Fidel Castro ai regimi autoritari che hanno segnato l’America Latina.

Eppure, proprio questo suo anticonformismo lo ha reso una figura scomoda per molti. Se oggi la sinistra internazionale lo piange, è difficile dimenticare come Vargas Llosa avesse preso le distanze da quegli stessi ambienti che un tempo lo celebravano. La sua svolta verso posizioni liberali, culminata nel sostegno a figure come l’argentino Javier Milei, lo aveva trasformato in un bersaglio per chi vedeva nella sua critica al socialismo un tradimento. La sua avversione per Castro, mai celata, era diventata un manifesto politico, tanto da spingerlo a definire il regime cubano come «una dittatura anacronistica».

Nonostante le polemiche, la sua eredità culturale resta indiscutibile. Carlo Nordio, nella prefazione al saggio Sogno e realtà dell’America Latina, ne ha sottolineato il merito di aver sfatato i cliché su un continente troppo spesso ridotto a una caricatura. Con la sua prosa affilata, Vargas Llosa ha restituito dignità a una terra complessa, lontana dagli stereotipi del latifondista crudele o del rivoluzionario idealizzato.

Ma c’è un altro aspetto, più intimo, che emerge dalla sua biografia: l’amore per il calcio. Quella partita del 1982 tra Italia e Brasile, definita da molti la più bella del secolo, lo aveva visto seduto tra gli spettatori dello stadio Sarrià di Barcellona, rapito da un’emozione che avrebbe fissato sulla pagina con la stessa precisione con cui descriveva i drammi umani. E poi c’è Patricia, sua cugina e compagna di una vita, con cui ha condiviso un legame nato negli anni ’60, tra scandali e riconciliazioni. Una storia d’amore che, come molte delle sue opere, sfugge alle semplificazioni.

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