Il Perù piange Mario Vargas Llosa, il Nobel che raccontò l’America Latina
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Milano, 15 apr. – La morte di Mario Vargas Llosa, spentosi a Lima il 13 aprile all’età di 89 anni, ha lasciato un vuoto non solo nella letteratura mondiale, ma nel cuore di un intero paese che oggi lo celebra come uno dei suoi figli più illustri. Le prime pagine dei giornali peruviani, gremite di omaggi, lo ritraggono con quella stessa intensità che caratterizzava i suoi romanzi, mentre nelle librerie i suoi capolavori – da La città e i cani a La festa del caprone – occupano le vetrine come fossero altrettanti monumenti.
"Lo ricordo come un mostro della letteratura, sudamericana e mondiale", ha detto Oscar Trelles, un impiegato intervistato per strada, dove il nome di Vargas Llosa riecheggia in ogni conversazione. Quella che si è spenta non è solo la voce di un autore, ma di un osservatore implacabile delle contraddizioni latinoamericane, capace di generare, con le sue riflessioni, tanto consensi quanto polemiche.
La sua dedizione alla scrittura, dichiarata fin da giovane con una determinazione quasi profetica – "Io sarò uno scrittore. Non sarò un giornalista, non sarò un avvocato, non sarò un professore…" – si è tradotta in un’opera vasta e poliedrica, che ha attraversato generi e confini. Eppure, al di là dei riconoscimenti, incluso il Nobel per la Letteratura nel 2010, ciò che colpiva era la sua capacità di emozionarsi davanti alla grandezza altrui, come accadde nel 2013 quando, ospite a Palermo per il premio Tomasi di Lampedusa, fissò con occhi lucidi il manoscritto originale del Gattopardo.
Non tutti sanno che Vargas Llosa coltivava anche una passione viscerale per il calcio, tanto da essere un volto noto all’Estadio Monumental di Lima, dove seguiva le partite dell’Universitario de Deportes. Proprio in quel tempio del football peruviano, pochi giorni fa, mentre il campionato muoveva i primi passi, si è respirata un’atmosfera insolita, come se anche il pallone volesse rendergli omaggio.




