Confisca da un milione e mezzo a un imprenditore di Latina: aveva una villa con piscina, auto di lusso e Rolex
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Redazione Interno
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È diventata definitiva, dopo il vaglio della Corte di Cassazione, la confisca dei beni per un valore complessivo di circa un milione e mezzo di euro nei confronti di Fabrizio Bruno, imprenditore originario di Latina ma con interessi commerciali anche in Friuli Venezia Giulia, che il Tribunale di Trieste – Sezione Misure di Prevenzione – ha giudicato socialmente pericoloso alla luce dei suoi numerosi precedenti penali. Le Fiamme Gialle del capoluogo giuliano, in particolare il nucleo specializzato nel contrasto alla criminalità organizzata, hanno messo nero su bianco l'operazione, che ha portato alla definitiva acquisizione al patrimonio dello Stato di un bottino che, a sentire gli investigatori, rappresenterebbe solo una parte di un accumulo illecito stimato intorno ai quattro milioni di euro. Un patrimonio, quello finito nel mirino, che lascia poco spazio all'immaginazione: parliamo di una villa con piscina e di un appartamento, di cinque auto di lusso – prevalentemente marchi tedeschi come Mercedes e Audi – e addirittura di undici orologi di pregio, tra cui spiccano firme come Rolex e Cartier, il tutto condito da una liquidità non indifferente, con centocinquantamila euro in contanti sequestrati, quarantasettemila dei quali erano custoditi in un conto corrente oltre confine, in Austria.
Un giro di auto truffa con centinaia di vittime in tutta Italia
La genesi di questa maxi-confisca affonda le radici in un'indagine della Procura di Udine che, nel 2019, aveva già permesso di smantellare un articolato sistema di frodi nel settore del commercio di automobili. Bruno, che all'epoca gestiva autosaloni tra il Lazio e la provincia di Pordenone, era riuscito a costruire un meccanismo ben oliato che aveva come obiettivo principale quello di aggirare la buona fede degli acquirenti, promettendo loro vetture seminuove a prezzi vantaggiosi salvo poi consegnare, di fatto, dei veicoli con un passato tutt'altro che limpido. Il trucco, per quanto banale nella sua esecuzione, si rivelò estremamente redditizio: le auto, importate dalla Germania, venivano sottoposte a una pratica fraudolenta che ne riduceva artificialmente il chilometraggio anche del settanta per cento, un intervento che ne aumentava di conseguenza il valore commerciale agli occhi degli ignari compratori, i quali si ritrovavano tra le mani un veicolo usurato spacciato per nuovo.
L'immatricolazione irregolare e l'evasione dell'Iva
Non solo chilometri azzerati, però, perché l'abilità delittuosa dell'imprenditore laziale non si fermava certo alla sola manomissione dei contachilometri. A emergere dagli atti giudiziari è anche una seconda, e forse ancora più grave, irregolarità legata alla fase burocratica e fiscale dell'operazione. Le vetture, infatti, venivano immatricolate in Italia con procedure quanto meno opache, spesso in assenza dei reali requisiti di legge, e questo comportava, a cascata, un duplice effetto pernicioso: da un lato consentiva a Bruno di evadere l'Iva dovuta, e dall'altro finiva per gettare nello sconforto i malcapitati clienti che, una volta scoperto l'inganno, si vedevano sequestrare le carte di circolazione dai controlli successivi. Un'odissea, quella delle vittime, che ha assunto i contorni di una vera e propria strage numerica, considerato che le persone raggirate sull'intero territorio nazionale sono state ben ottocentotrentacinque, centoundici delle quali risiedevano proprio in Friuli Venezia Giulia, con una prevalenza nella provincia di Pordenone.
Accertamenti patrimoniali e intestazioni fittizie alla moglie
Il lavoro degli investigatori del G.I.C.O., il Gruppo Investigazioni Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Trieste, non si è però limitato a ricostruire il meccanismo della truffa, ma si è spinto ben oltre, setacciando con cura il tenore di vita e le disponibilità economiche non solo dell'indagato, ma anche dei suoi familiari più stretti. Ed è stato proprio scandagliando le proprietà intestate, le spese sostenute e gli investimenti effettuati nel corso degli anni che è emersa la prova regina della sproporzione, quella macroscopica differenza tra quanto dichiarato al fisco e quanto effettivamente posseduto che, in sede giudiziaria, è stata quantificata in quattro milioni di euro. Un dettaglio, questo, che ha assunto un rilievo decisivo, soprattutto alla luce della scoperta che alcuni beni, tra cui la lussuosa villa con piscina, risultavano formalmente intestati alla moglie di Bruno, una classica intestazione fittizia che il Tribunale non ha avuto difficoltà a smascherare come un tentativo di sottrarre il maltolto alla giustizia, portando così alla confisca definitiva di ogni singolo bene ritenuto il frutto velenoso di quelle attività illecite.




