Delitto Ceravolo, la svolta dopo quattordici anni: arrestati i presunti esecutori materiali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, condotte sul campo dai carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia, hanno portato all’esecuzione di quindici misure cautelari all’alba del 15 aprile; un’operazione che, nel ricostruire la sanguinosa faida tra le cosche operanti nelle Preserre vibonesi, ha infine dato un volto e un nome agli assassini di Filippo Ceravolo. Il giovane, che all’epoca dei fatti aveva appena diciannove anni, venne ucciso la sera del 25 ottobre 2012 mentre si trovava a bordo di un’auto nei pressi di Soriano Calabro. La sua, secondo quanto emerso nel corso delle indagini e riportato nei verbali dei collaboratori di giustizia, è stata una vittima innocente e del tutto casuale: aveva semplicemente chiesto un passaggio a Domenico Tassone, il quale – essendo invece l’obiettivo designato del commando – riuscì a salvarsi gettandosi fuori dall’abitacolo, mentre Ceravolo rimase mortalmente ferito da alcuni colpi d’arma da fuoco.

L’agguato e la guerra tra i Loielo e gli Emanuele

A distanza di oltre tredici anni, gli inquirenti hanno dunque ricostruito con precisione la dinamica di quella sera e i moventi che la determinarono. Il delitto, infatti, non fu un episodio isolato, bensì si inserì a pieno titolo all’interno di una vera e propria guerra di ’ndrangheta per il controllo del territorio, che contrapponeva il clan dei Loielo a quello degli Emanuele; una faida che, in quegli anni, insanguinò le province di Vibo Valentia e Catanzaro. Le indagini hanno evidenziato come l’agguato – costato la vita al giovane – fosse in realtà un tentativo fallito di uccidere Domenico Tassone, ritenuto a sua volta un elemento di spicco del clan Emanuele. In particolare, i riscontri investigativi si sono concentrati sul gruppo di fuoco facente capo ai Loielo, che aveva già programmato in precedenza altre missioni omicida senza riuscire a portarle a termine; lo testimoniano, tra le altre cose, le dichiarazioni rese dai pentiti – tra cui Walter Loielo e Raffaele Moscato – che hanno fornito dettagli raccapriccianti sulla pianificazione di quegli agguati.

I nomi dei fermati e il commento della procura

Secondo quanto emerso nel corso della conferenza stampa indetta dalla Dda, i presunti esecutori materiali dell’omicidio finiti in manetta sarebbero tre: Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro, indicati come i basisti che avrebbero atteso e seguito l’auto della vittima, e Giovanni Alessandro Nesci, identificato come uno dei componenti del gruppo di fuoco che fece fuoco sull’abitacolo. Il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, intervenendo per illustrare i dettagli dell’operazione, non ha nascosto l’emozione nel dichiarare che, sebbene ci si trovi ancora in una fase interlocutoria del procedimento, si può affermare con una certa soddisfazione di aver restituito un brandello di dignità al dolore dei genitori della vittima; un sentimento, quest’ultimo, condiviso anche dal padre del ragazzo, Martino Ceravolo, che – raggiunto telefonicamente dagli investigatori mentre si trovava all’estero – ha espresso tutta la sua commozione definendo quella del 15 aprile come una giornata finalmente speciale dopo anni di battaglie e silenzi.

Un blitz nazionale contro le ramificazioni della ’ndrangheta

L’operazione non si è limitata al solo territorio calabrese, dimostrando ancora una volta la pervasività della ’ndrangheta anche al di fuori dei confini regionali. I militari hanno infatti eseguito le perquisizioni e i fermi in otto province diverse: oltre a Vibo Valentia, Catanzaro e Cosenza, i blitz sono scattati a Torino, Rondissone e Ivrea in Piemonte, così come a Sassari, Teramo, Terni e Viterbo. Nel complesso, il provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Catanzaro ipotizza per i trentasei indagati a vario titolo – di cui cinque già detenuti – un ventaglio di gravi reati che spazia dall’associazione di stampo mafioso all’omicidio e al tentato omicidio, passando per estorsioni aggravate dal metodo mafioso e la detenzione illecita di armi comuni e da guerra. In questo contesto, gli inquirenti hanno infine fatto luce anche su un altro omicidio eccellente del 2012, quello di Antonino Zupo: il reggente del clan Emanuele, ucciso mentre si trovava agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Gerocarne, vittima di un agguato che gli investigatori hanno ricondotto alla stessa, inesausta spirale di violenza.

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