Dzeko, il cigno di Sarajevo, a 40 anni è il pericolo numero uno per l’Italia
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Redazione Sport
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Edin Dzeko, alla veneranda età di quarant’anni, si prepara a sfidare l’Italia con la stessa fame di gol che lo rese celebre ai tempi della Roma. Il bosniaco, che molti ricordano come “il cigno di Sarajevo” per la sua eleganza innata nel gioco aereo, rappresenta oggi l’incubo più concreto per la difesa azzurra in vista dell’imminente sfida mondiale. L’ex attaccante della Fiorentina, reduce da un’esperienza non proprio esaltante in Toscana, ha ritrovato vigore e continuità nel recente approdo in Germania; e proprio questo rinnovato smalto lo rende l’arma letale della sua nazionale, quella Bosnia che sogna il secondo Mondiale della propria storia dopo la partecipazione del 2014.
Un gioco al veleno e un paese spaccato davanti allo sport
Il calcio italiano, quello che Dzeko dice di amare senza riserve, vive da tempo una deriva segnata da sospetti continui e da un campanilismo esasperato. Le bestemmie sui social, gli auguri di morte tra tifosi opposti, la sensazione – a tratti paranoica – che ogni risultato nasconda una macchinazione: tutto questo fa da sfondo a una disciplina che avrebbe dovuto essere solo gioco e divertimento. In questo clima malato, l’arrivo di un vecchio leone come Dzeko, capace di sfruttare ogni incertezza difensiva, assume i contorni di una minaccia reale. La Bosnia, dal canto suo, non ha nulla da perdere: andare al Mondiale sarebbe un’impresa storica, e fermare l’Italia rappresenterebbe il biglietto da visita ideale.
Panchinaro a Firenze, rinato in Germania: il Dzeko che aspetta l’Italia
Dopo due stagioni al Fenerbahçe, il centravanti era tornato in Italia per provare a trascinare la Fiorentina. Ma l’avvio di stagione in maglia viola si rivelò un incubo: panchine, poche reti, e un rapporto mai davvero sbocciato con l’ambiente. Così, dopo appena sei mesi, ha cambiato aria. E i numeri del suo ritorno in Bundesliga parlano chiaro: è tornato a essere quel finalizzatore implacabile che punisce ogni distrazione. Contro l’Italia, sarà lui il punto di riferimento offensivo, colui che tiene palla e aspetta i tempi giusti per colpire. La difesa azzurra, spesso criticata per qualche ingenuità di troppo, dovrà temere non solo la sua fisicità, ma anche la sua intelligenza tattica.
“Amo l’Italia, fu la prima a venire in Bosnia dopo la guerra”
Alla vigilia della sfida di Sarajevo, Dzeko ha scelto toni insoliti per un avversario. “Io amo il calcio italiano”, ha detto in conferenza stampa, “ci ho vissuto quasi nove anni e mi sono trovato benissimo”. Parole che restituiscono l’immagine di un campione maturo, capace di separare il rispetto per un Paese – quello che lo ha accolto e lanciato – dalla fame di vittoria sul campo. Ha ricordato come l’Italia sia stata la prima nazione a intervenire in Bosnia dopo il conflitto, un dettaglio che trasforma la partita in qualcosa di più di un semplice incrocio sportivo. Eppure, proprio questo affetto dichiarato non deve trarre in inganno: Dzeko, lo si è visto tante volte, diventa letale quando ha qualcosa da dimostrare. E stavolta, a quarant’anni compiuti, intende dimostrare che il tempo non ha scalfito il suo istinto davanti alla porta.




