Najmeh Amini condannata a morte in Iran per un post sui social

Najmeh Amini condannata a morte in Iran per un post sui social
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Najmeh Amini, studentessa iraniana di contabilità, è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia per alcuni contenuti pubblicati sui social network. La giovane, che ha 23 anni e vive a Mashhad, nel nord-est dell’Iran, è detenuta nel carcere di Vakilabad. Le autorità le contestano il reato di «sab ol-nabi», espressione utilizzata per indicare l’insulto al profeta Maometto. La vicenda ha riportato l’attenzione internazionale sull’applicazione della pena capitale contro chi si esprime online e sulle garanzie riconosciute agli imputati nei procedimenti giudiziari iraniani. Alla condanna per blasfemia si aggiunge un secondo procedimento, legato ad accuse di natura politica e alla sicurezza nazionale.

L’accusa di blasfemia e le contestazioni della difesa

Il contenuto esatto dei post contestati non è stato reso pubblico, un elemento che limita la possibilità di valutare direttamente le espressioni finite al centro del procedimento. La condanna capitale è stata pronunciata sulla base dell’accusa religiosa, mentre in un processo distinto alla studentessa è stata inflitta una pena detentiva superiore a dodici anni per contestazioni legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il regime. I due procedimenti riguardano dunque imputazioni differenti e non devono essere confusi: da una parte l’accusa di insulto al profeta, dall’altra i reati di natura politica. La distinzione è importante anche per comprendere la portata delle conseguenze giudiziarie che gravano sulla giovane.

Durante il procedimento, la difesa ha sostenuto che le dichiarazioni contestate fossero riconducibili a un errore e all’assunzione di sostanze che avrebbero alterato le sue condizioni. Gli argomenti presentati non sono stati accolti dal tribunale, che ha mantenuto la condanna capitale. La sentenza, tuttavia, non risulta definitiva: il caso può essere sottoposto al controllo della Corte Suprema iraniana. La possibilità di un riesame rappresenta un passaggio giudiziario distinto dalla decisione già pronunciata in primo grado e non equivale a un annullamento della pena. Le organizzazioni per i diritti umani chiedono che il procedimento venga esaminato alla luce delle garanzie di un processo equo e della tutela della libertà di espressione.

Che cosa prevede la legge iraniana per l’insulto al profeta

La normativa iraniana contempla la pena di morte per il reato indicato come «sab ol-nabi», relativo alle offese al profeta Maometto e ad altre figure religiose riconosciute dalla legge. Il codice penale prevede anche circostanze che possono incidere sulla qualificazione del comportamento, tra cui la coercizione, l’errore e alcune condizioni che escludono l’intenzione consapevole. La distinzione giuridica è significativa perché non ogni offesa religiosa ricade automaticamente nella fattispecie punita con la pena capitale. Nel caso della studentessa, le argomentazioni presentate per contestare la responsabilità intenzionale sono state respinte dal giudice. La vicenda solleva così interrogativi sull’equilibrio tra norme religiose, responsabilità individuale e diritti fondamentali, soprattutto quando le accuse riguardano comunicazioni diffuse attraverso piattaforme digitali.

Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiarito, nel Commento generale numero 36 sul diritto alla vita, che nei Paesi che mantengono la pena capitale questa dovrebbe essere limitata ai reati di estrema gravità che comportano un omicidio intenzionale. Le accuse di blasfemia non soddisfano tale criterio secondo l’interpretazione dell’organismo internazionale. Anche Iran Human Rights ha chiesto che la condanna venga annullata e che siano fermate le esecuzioni legate a questo tipo di contestazioni. Il nodo non riguarda soltanto la severità della sanzione, ma anche la compatibilità tra l'applicazione della pena di morte per dichiarazioni religiose e gli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

Un altro giovane nel mirino della giustizia iraniana

La pressione giudiziaria contro persone accusate in relazione alle proteste si riflette anche nel caso di Ilya Ben-Rashid, ventiduenne arrestato durante le manifestazioni del gennaio 2026 e detenuto nel carcere di Dastgerd, a Isfahan. Secondo l’organizzazione HRANA, il giovane è stato condannato a morte con l’accusa di «moharebeh», termine traducibile come guerra contro Dio. Si tratta di un’imputazione diversa dalla blasfemia contestata alla studentessa, ma anch’essa collegata a una fattispecie religiosa prevista dal sistema giudiziario iraniano. Le organizzazioni per i diritti umani monitorano questi procedimenti denunciando problemi relativi all’accesso alla difesa e alla correttezza delle udienze. In un rapporto pubblicato nell’aprile 2026, HRANA aveva riferito che Ben-Rashid non aveva potuto accedere a un avvocato di propria scelta.

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