Le risate, le siringhe e i “vecchi da seccare”: il risvolto agghiacciante dell’inchiesta sull’autista della Croce Rossa
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Redazione Interno
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La Romagna, terra di gente schietta e di vita vissuta, si trova ora a fare i conti con un’ombra che non riesce a dissipare: quella di Luca Spada, ventisettenne autista della Croce Rossa di Meldola, arrestato con l’accusa di aver trasformato le sue ambulanze in una camera della morte. È l’8 luglio 2025, quando Francesco Mario Scavone, un uomo di 69 anni, sale sul mezzo per quello che avrebbe dovuto essere un normale trasferimento sanitario; invece, racconta il figlio Luca – meccanico navale – quello stesso giorno suo padre non arriverà mai a destinazione. “Quella partita a carte, mai avrei immaginato che sarebbe stata l’ultima”, confessa il ragazzo, ora assistito da un legale, che chiede giustizia e pretende sapere cosa sia realmente successo dentro quel furgone, un bozzolo di acciaio che avrebbe dovuto proteggere e invece, secondo gli inquirenti, è diventato una trappola mortale.
La svolta investigativa arriva con le intercettazioni, una sequenza di battute agghiaccianti che dipingono un quadro ben diverso dalla bonarietà del giovane “Spadino” apparso in tv. “Ho appena fatto un morto a Cusercoli”, scriveva Spada proprio l’8 luglio in una chat privata; una coincidenza, questa, che per la procura è una prova schiacciante, visto che la vittima, Scavone, era proprio originario di quella località. Il racconto che emerge dalle indagini è quello di un serial killer del dolore: lo chiamavano per curare, ma loro – come si legge nei rapporti – lo sospettano di aver iniettato bolle d’aria letali nelle vene di pazienti indifesi. Una collega, esterrefatta, ha raccontato di averlo visto armeggiare con bisturi e siringhe, strumenti decisamente fuori protocollo per un semplice autista, accessori che lui teneva pronti per agire nei minuti in cui restava solo con le vittime.
L’orrore, però, esplode in tutta la sua crudezza ascoltando le parole registrate dalle cimici dei carabinieri, quando il giovane si lascia andare a confidenze con la compagna e con gli amici operatori del 118. “È vecchia, obesa e con tante patologie. Giustamente deve morire”, sentenzia Spada ridendo, parlando di una delle sue vittime come se fosse un pacco da smaltire. In un’altra conversazione, il 27enne annuncia quasi festoso: “Oggi ho fatto due morti”, e la compagna, lungi dall’inorridire, gli risponde con un “Bene! Gli hai lasciato il biglietto da visita?”. Una domanda, quest’ultima, che getta una luce sinistra sul movente: per la procura, Spada non uccideva solo per piacere o onnipotenza, ma forse per denaro. Sono emersi infatti contatti stretti con agenzie di pompe funebri, tanto che a un certo punto Spada si vanta con un amico dicendo “Sono a lavorare, ho appena fatto un morto”, ricevendo come risposta un entusiastico “Hai dato il biglietto?!”.
Le indagini, le telecamere spente e la bolla d’aria impossibile da fermare
Per i magistrati, coordinati dal procuratore Enrico Cieri, il modus operandi era sempre lo stesso: approfittare della solitudine del paziente, spesso anziano e con patologie pregresse, per iniettare una siringa d’aria nel catetere venoso. L’embolia gassosa che ne derivava era quasi impossibile da diagnosticare in tempo, e se l’autopsia non fosse stata immediata, la prova del delitto sarebbe semplicemente “svanita” nel, come ha spiegato lo stesso procuratore in conferenza stampa. Per questo i carabinieri avevano installato telecamere nascoste sull’ambulanza, convinti che Spada avrebbe colto l’occasione per agire ancora. Il giorno della fatidica corsa, quella del 25 novembre 2025 che sarebbe costata la vita a Deanna Mambelli, 85 anni, le telecamere erano puntate, i militari erano pronti a seguire il mezzo... ma l’occhio elettronico non ha funzionato. “Ahinoi la telecamera non ha funzionato”, ha ammesso il procuratore Cieri con amarezza, lasciando intendere che forse, se la tecnologia avesse retto, una delle sei vittime accertate oggi si sarebbe salvata.
La procura contesta a Luca Spada sei omicidi volontari, aggravati dall’aver approfittato dello stato di minorata difesa delle vittime e dall’aver violato i doveri di pubblico servizio. Deanna Mambelli è l’unico caso per cui è stata disposta la custodia cautelare: il suo cuore, hanno rilevato i medici legali, è letteralmente “esploso” per la pressione dell’aria iniettata in vena, un’anomalia che non lascia dubbi sulla violenza del gesto. Si chiederà domani, davanti al giudice, se l’uomo voglia parlare o rimanere in silenzio. Finora, ogni volta che ha aperto bocca – fosse per la tv o per gli amici – ha offerto un’immagine diversa di sé: lo “Spadino” amichevole e spavaldo o il killer che teorizzava la necessità di “seccare i vecchi” perché tanto “soffrivano troppo”?.
La “missione” di morte e i conti con le pompe funebri
I magistrati stanno analizzando i tabulati per capire se il movente fosse esclusivamente il denaro – ovvero segnalare clienti alle onoranze funebri in cambio di provvigioni – o se ci fosse un vero e proprio senso di onnipotenza, una distorsione psicotica della realtà. “Dio bono, ma perché dovete salvare tutti? Ogni tanto qualcuno deve morire”, si sfoga Spada con un collega che gli racconta di un intervento riuscito. E quando il collega gli fa notare che quel paziente “non era dei tuoi”, cioè non gli avrebbe fruttato soldi, la discussione si chiude con una risata complice. Un modus vivendi, quello di Spada, che sembrava mescolare il piacere sadico del controllo con la bieca logica dell’affare. Tuttavia, al momento, nessun impresario funebre è stato accusato di complicità: gli inquirenti hanno sequestrato una divisa in un’agenzia di Meldola, ma non c’è ancora la prova che i sei defunti contestati siano stati “girati” a qualcuno in particolare.
Resta, sullo sfondo, il dolore di chi ha perso il proprio caro pensando fosse una morte naturale. Luca Scavone, il figlio della vittima più giovane (69 anni), ha raccontato che suo padre era in ospedale per controlli di routine, stava bene, ridevano insieme giocando a carte. “Poi mi avrebbe chiamato lui dall’altro ospedale, ma non ci è mai arrivato”. Queste parole risuonano come un atto d’accusa nei confronti di un sistema di controllo che ha fallito, e di un uomo che, dietro la divisa di soccorritore, celava forse la maschera di un angelo della morte. L’indagine, come confermato dal colonnello Di Pilato, non è ancora chiusa: ci sono altri trasporti sospetti, altre salme che potrebbero essere riesumate e altre famiglie che chiedono verità. Mentre la procura lavora a ricostruire l’esatta dinamica di quei viaggi senza ritorno, la comunità resta sconvolta da quella che appare come una delle pagine più cupe della cronaca giudiziaria italiana recente, in cui la leggerezza con cui si parlava di morte – “Ho fatto un morto” come si dice “Ho cambiato una gomma” – lascia intravedere un abisso di follia o di lucida, terrificante, crudeltà.




