La Corte costituzionale italiana amplia la definizione di trattamenti di sostegno vitale nel suicidio assistito
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Il caso di Massimiliano
Massimiliano, un 44enne affetto da sclerosi multipla, è stato accompagnato in Svizzera da Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione Soccorso Civile, e da Chiara Lalli e Felicetta Maltese. Quest'ultimo atto è stato definito come un'azione di disobbedienza civile. Nonostante Massimiliano non fosse dipendente da un cosiddetto "trattamento di sostegno vitale", la sua sopravvivenza dipendeva totalmente dall’assistenza di terze persone.
La decisione della Corte costituzionale
La Corte costituzionale ha deciso di ampliare il campo di applicazione del suicidio assistito, reinterpretando il criterio dei "trattamenti di sostegno vitale". Questo criterio era uno dei quattro requisiti stabiliti nel 2019 con la sentenza 242 sul caso Cappato Dj/Fabo. La Corte ha espresso il "forte auspicio" che il legislatore e il servizio sanitario nazionale assicurino concreta e puntuale attuazione ai principi fissati dalla propria precedente sentenza.
L'appello della Corte
La Corte ha ribadito lo stringente appello, già formulato in precedenti occasioni, affinché "sia garantita a tutti i pazienti una effettiva possibilità di accesso alle cure palliative appropriate per controllare la loro sofferenza, secondo quanto previsto dalla legge". Ha inoltre invitato tutti a rispettare le regole di accesso al suicidio assistito stabilite cinque anni fa.
Nonostante l'attesa sentenza della Corte costituzionale non abbia cambiato quasi nulla, ha ribadito che per poter ricorrere alla pratica del suicidio assistito, la persona deve essere dipendente da un "trattamento di sostegno vitale". Tuttavia, la Corte non ha fornito una definizione più precisa di questo termine. Questa decisione segna un altro passo importante nel dibattito sul fine vita in Italia.




