Omicidio Tulissi, la Cassazione scagiona Calligaris dopo sette processi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il verdetto, arrivato al termine di un’estenuante trafila giudiziaria durata diciotto anni, ha il sapore amaro di una giustizia che fatica a trovare la verità, ma anche quello, per l’imputato, di una definitiva liberazione. La prima sezione della Corte di Cassazione ha infatti annullato senza rinvio la condanna a sedici anni di reclusione inflitta a Paolo Calligaris, il cinquantaseienne imprenditore friulano accusato dell’omicidio dell’ex compagna Tatiana Tulissi, trentasettenne uccisa l’11 novembre del 2008 a Manzano, in provincia di Udine. Gli ermellini, con una formula categorica – “perché l’imputato non ha commesso il fatto” – hanno chiuso definitivamente un capitolo che sembrava non volersi mai archiviare, cancellando di fatto ogni residuo di responsabilità penale a suo carico.

Sette gradi di giudizio e un’assoluzione arrivata solo alla fine

Ci sono voluti sette gradi di giudizio – e altrettanti ribaltamenti – per arrivare a questo epilogo: un numero impressionante di passaggi processuali che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la complessità e le contraddizioni di un’inchiesta partita ormai lontanissima. L’ultimo atto, il settimo, è quello che conta: la sentenza della Corte d’assise d’appello di Venezia, risalente al marzo del 2025 (sesta sentenza in ordine di tempo), aveva confermato i sedici anni già inflitti in primo grado dal Gup di Udine. Una decisione che sembrava aver messo una pietra sopra la vicenda, ma che invece non ha retto all’esame della Cassazione. La Suprema Corte, con la sua pronuncia, ha ribaltato ancora una volta l’esito, decretando che Calligaris non c’entra con i tre colpi di pistola che freddarono la donna.

L’annullamento senza rinvio, una formula che lascia poco spazio ai dubbi

L’elemento più rilevante, dal punto di vista tecnico-giuridico, è proprio la formula adottata dai giudici romani: “annullato senza rinvio”. Una decisione che non lascia spiragli per nuove udienze, né per ulteriori approfondimenti in appello. Si tratta, nella pratica, di una vera e propria assoluzione piena, perché il presupposto non è un vizio procedurale o una mancanza di prove – che avrebbero potuto portare a un nuovo processo – ma la certezza che il fatto non è stato commesso dall’imputato. L’uomo, che si è sempre proclamato innocente in tutti questi anni, ha dunque visto riconosciuta la propria estraneità ai fatti, dopo aver vissuto sulla propria pelle il peso di un’accusa che lo ha inseguito per quasi due decenni.

Una storia di colpi di scena giudiziari e di una pistola a Manzano

La cronaca di quell’11 novembre 2008 parla di Tatiana Tulissi colpita a morte nella sua abitazione, ma l’identità del suo assassino è stata oggetto di un serrato braccio di ferro tra procure, corti d’assise e avvocati. Ogni grado di giudizio ha portato con sé un verdetto diverso dal precedente, costruendo un mosaico giuridico nel quale risulta difficoltoso persino per gli addetti ai lavori orientarsi. L’imprenditore friulano ha collezionato assoluzioni e condanne che si alternavano come in un pendulum senza fine, fino a che l’ultima parola – quella della Cassazione – non ha interrotto definitivamente il ballo. Ora, per la legge, non c’è più alcun dubbio: non fu Paolo Calligaris a premere il grilletto.

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