Cassazione: Alex Cotoia è libero, confermata l'assoluzione per l'omicidio del padre

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando mancavano pochi minuti alle otto di sera, la Corte di Cassazione ha posto il sigillo definitivo su una delle vicende giudiziarie più sofferte degli ultimi anni, chiudendo un iter processuale, il suo, costellato da sentenze contrastanti. Con una decisione che i più attendevano da ore, i giudici della Suprema Corte hanno dichiarato «inammissibile» il ricorso proposto dalla Procura generale, rendendo così irrevocabile l’assoluzione di Alex Cotoia, il quale, nel 2020, aveva ucciso il padre Giuseppe. La sentenza della Corte d’assise d’appello di Torino, che aveva riconosciuto la legittima difesa, viene pertanto confermata in ogni suo punto, sancendo che il giovane, all’epoca dei fatti appena maggiorenne, non dovrà più rispondere dell’accusa di omicidio volontario.

La dinamica di una notte di aprile

La ricostruzione giudiziaria, che ha trovato il suo compimento nelle aule di giustizia, dipinge una scena familiare lacerata da tensioni continue, culminata in un episodio di violenza domestica all’interno dell’appartamento di Collegno. Alex Cotoia, il quale ha in seguito scelto di assumere il cognome della madre, intervenne per proteggere la donna durante quello che le sentenze hanno definito l’ennesimo litigio in famiglia. L’azione, che portò alla morte del padre Giuseppe Pompa per mezzo di numerosi colpi inferti con un’arma da taglio, veniva da lui stesso descritta non come un gesto dettato da risentimento o da un’ira incontrollata, bensì come una reazione necessaria a un pericolo immediato. «Si difese finché il pericolo era finito», si legge nelle motivazioni, sottolineando come l’intento fosse unicamente quello di neutralizzare una minaccia concreta e presente verso la madre, fino a quando non constatò che l’aggressore era ormai inerme.

Il percorso giudiziario verso la legittima difesa

Il cammino processuale di Alex è stato caratterizzato da un’alternanza di verdetti che ne ha amplificato l’incertezza. Dopo una prima condanna, la Corte d’assise d’appello aveva completamente ribaltato l’esito, assolvendolo con la piena formula perché il fatto «non sussiste», in quanto commesso in stato di legittima difesa. I giudici di secondo grado, i cui ragionamenti sono stati ora convalidati dalla Cassazione, hanno ritenuto che il giovane avesse agito in base a quella che tecnicamente viene definita «legittima difesa putativa», ossia nella convinzione, per quanto errata ma ragionevole date le circostanze, di doversi difendere da un’aggressione ingiusta. La procura generale di Torino, sostenitrice della tesi accusatoria, aveva presentato ricorso, ma la Suprema Corte ne ha decretato l’inammissibilità, facendo prevalere l’interpretazione difensiva degli eventi.

Il valore definitivo della sentenza

Con il responso della Cassazione, che ha valutato come infondato il gravame proposto dall’accusa, si archivia definitivamente un caso che aveva sollevato interrogativi complessi sul confine tra reato e diritto alla salvaguardia della propria incolumità. La sentenza, cristallizzando il principio della legittima difesa, stabilisce che le trentquattro coltellate non furono espressione di un disegno omicida premeditato, bensì l’esito di una reazione proporzionata, seppur estrema, a una situazione di pericolo percepito come reale e imminente. Per Alex Cotoia, le cui parole «questa volta è davvero finita» hanno suggellato una lunga battaglia legale, si apre ora un capitolo di vita completamente nuovo, lontano dai tribunali.

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