Il Veneto approva la legge sul fine vita: prima regione di centrodestra, sì con 32 voti
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Redazione Interno
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È legge in Veneto la disciplina sul suicidio medicalmente assistito. Dopo due giorni di maratona consiliare, l'Aula di palazzo Ferro Fini ha approvato in via definitiva la proposta di legge di iniziativa popolare "Liberi subito", sostenuta dall'associazione Luca Coscioni con oltre 9.000 firme raccolte sul territorio.
Il testo, che era già stato bocciato per un solo voto nel gennaio 2024, è passato con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, un risultato che assume un rilievo politico particolare perché il Veneto è la prima regione italiana a trazione di centrodestra a dotarsi di una normativa organica sul fine vita, dopo le esperienze di Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.
La nuova legge, come ha più volte ribadito il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, non introduce un nuovo diritto ma dà attuazione concreta ai principi stabiliti dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 23 settembre 2019, che ha indicato i requisiti per la non punibilità dell'aiuto al suicidio: patologia irreversibile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili e piena capacità di autodeterminazione.
La legge, dunque, interviene sull'organizzazione sanitaria e sui tempi di risposta, colmando quel vuoto operativo che dal 2019, in assenza di una legge nazionale, ha generato disparità di trattamento e lunghe attese per i malati terminali.
Gli emendamenti che hanno cambiato il volto della legge
Il via libera definitivo è stato possibile grazie a un intenso lavoro di mediazione culminato nella presentazione e approvazione di 39 emendamenti, di cui 11 a firma del presidente della Regione Alberto Stefani, che hanno riscritto in modo sostanziale il testo originario della proposta popolare. L'obiettivo dichiarato dal governatore è stato quello di orientare la normativa nel senso del "favor vitae", introducendo una serie di garanzie procedurali che hanno reso il provvedimento accettabile a una parte dell'elettorato e della classe politica più conservatrice.
Tra le modifiche più rilevanti spicca l'introduzione del parere rafforzato del medico palliativista all'interno della commissione medica multidisciplinare che valuta le richieste: un parere che, pur non essendo formalmente vincolante, impone alla commissione di motivare in modo circostanziato un eventuale dissenso.
Viene inoltre istituito un Comitato Bioetico Regionale, con il compito di fornire indirizzi e linee guida ai comitati etici delle singole Ulss, e viene ribadita la volontarietà della partecipazione del personale medico e sanitario alle procedure.
Nel percorso che porta il paziente alla decisione finale, la legge prevede anche l'obbligo di informazione sulle cure palliative e la possibilità di richiedere un supporto psicologico, anche attraverso associazioni che si riconoscono nella tutela della vita, un elemento che ha suscitato le critiche del centrosinistra ma che è stato decisivo per l'approvazione in Aula.
Un voto trasversale che spacca il centrodestra
Il risultato del voto nominale ha fotografato una maggioranza trasversale e composita, che ha scavalcato gli steccati dei partiti e mostrato una profonda frattura all'interno del centrodestra veneto. Come era prevedibile, la posizione più compatta e contraria è stata quella di Fratelli d'Italia, i cui nove consiglieri hanno votato contro la legge. Dissenso anche da parte dei due esponenti di Resistere Veneto e del consigliere di Futuro Nazionale, Stefano Valdegamberi, che hanno ribadito la loro opposizione di principio a quella che considerano una deriva culturale.
La Lega, invece, si è spaccata: se il presidente del Consiglio Zaia e una larga parte dei suoi colleghi di partito hanno sostenuto il provvedimento, non hanno mancato i voti contrari interni, come quello del capogruppo Riccardo Barbisan, che ha invocato la libertà di coscienza per motivare il suo no. Forza Italia ha lasciato libertà di voto ai propri rappresentanti, con un risultato che ha visto un consigliere favorevole, due astenuti e una posizione critica da parte di chi, come Alberto Bozza, ha giudicato la legge un veicolo di un messaggio mediatico distorto.
Il centrosinistra, con il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, l'alleanza Verdi-Sinistra e le civiche, ha invece offerto un sostegno compatto, rappresentando il vero contrappeso che ha reso possibile la vittoria del sì. Un ruolo decisivo è stato giocato dalla consigliera dem Anna Maria Bigon, la cui astensione nel 2024 era stata fatale per la bocciatura e che questa volta ha scelto di votare a favore, dichiarandosi soddisfatta delle modifiche apportate al testo.
I numeri di una sofferenza in attesa: 31 domande e solo 3 sì
A sostenere l'urgenza di una legge, al di là dei posizionamenti ideologici, sono i numeri che fotografano la situazione concreta delle richieste di suicidio assistito in Veneto. Come ha ricordato lo stesso Luca Zaia, dalla sentenza della Consulta del 2019 a oggi, nell'area veneta sono state presentate 31 domande da parte di pazienti che chiedevano di accedere al fine vita: un'istanza, quella del malato, che di per sé racchiude un dolore profondo e una sofferenza estrema.
Ebbene, di queste 31 richieste, solo tre hanno ottenuto il via libera dal comitato etico, mentre tutte le altre sono rimaste in un limbo di attesa e incertezza, spesso per anni, senza che le aziende sanitarie potessero far fronte a una procedura non codificata. Questi dati, confermati anche dal consigliere leghista Alessio Morosin, testimoniano l'esistenza di una domanda silenziosa ma reale, a cui la Regione, con la nuova normativa, intende ora rispondere con procedure certe e tempi definiti.
La legge entrata in vigore prevede che le commissioni mediche multidisciplinari, una per ciascuna delle nove Ulss, debbano essere nominate entro trenta giorni; da quel momento, i pazienti potranno contare su un iter scandito da scadenze precise, con l'obiettivo di ridurre i tempi di attesa e garantire uniformità di trattamento su tutto il territorio regionale.
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