Giorgia Soleri, la pancia svelata e il paradosso di un Corpo malato che deve sempre giustificarsi
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Redazione Salute
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C’è chi, su quel palcoscenico permanente che sono i social network, sceglie di mostrare solo la superficie levigata della propria esistenza; c’è chi invece, come Giorgia Soleri, utilizza quello stesso spazio – forse l’unico davvero a disposizione per farlo – per scardinare luoghi comuni e ridefinire i confini tra pubblico e privato. La circostanza, che ha riacceso i riflettori sulla figura dell’influencer ed ex compagna di Damiano David, è stata un’immagine: un video, per l’esattezza, in cui Soleri mostrava il proprio addome, incurante della morbosità che un simile gesto avrebbe potuto suscitare. E se a molti, di fronte a un gonfiore che lei stessa definisce “endobelly”, sarebbe scattato l’automatico – e quasi involontario – collegamento con una gravidanza, la replica è stata netta e chirurgica. “Non sono incinta, sono malata”.
In un’unica, fulminea operazione di comunicazione, Soleri ha dunque rovesciato il significato di quello scatto: da presunta confessione di una maternità inesistente a dichiarazione di guerra a una patologia, l’endometriosi, che troppo spesso viene ancora relegata in un cono d’ombra fatto di silenzi e dolore normalizzato. L’attivista, che da anni ha fatto della battaglia per le “malattie invisibili” la sua bandiera – come nel caso della vulvodinia e della neuropatia del pudendo – ha colto l’occasione, in questo marzo dedicato alla consapevolezza, per fare chiarezza su un sintomo specifico, quello del gonfiore addominale cronico, che trasforma il in un territorio ambiguo. Non si tratta, ha spiegato, di un semplice inestetismo, ma del segno tangibile di una condizione invalidante che, secondo le stime, coinvolge circa un milione e 800mila donne nel nostro paese.
La domanda incauta ricevuta – “Ma sei incinta? Senza offesa sia chiaro, ma mi sembri piuttosto ingrassata” – ha rappresentato per lei il pretesto perfetto per ribadire un concetto che va ben oltre la sfera personale. Con una lucidità che è ormai un suo marchio di fabbrica, Soleri ha evidenziato come quel commento, seppur formulato con quella patina di finta gentilezza tipica del web, racchiuda in sé due violenze implicite: la prima, la superficialità con cui si guarda al femminile, sempre costretto a dover aderire a canoni estetici rigidi; la seconda, e forse più grave, la tendenza a banalizzare un dolore che, quando non visibile, viene semplicemente ignorato. “Il problema”, ha sottolineato, “è proprio l’equivoco culturale che porta a interpretazioni superficiali”.
La trappola sociale dello sguardo e il peso di una diagnosi che tarda ad arrivare
Sullo sfondo di questo episodio, che ha riacceso il dibattito sui social, si staglia un tema più profondo e strutturale. Giorgia Soleri, mostrandosi in una forma non edulcorata, ha voluto smontare quella che lei stessa definisce una “trappola sociale”: l’obbligo, per una donna, di compiere “sforzi sovrumani per risultare il più bella possibile, socialmente parlando”, anche quando si è malate. La sua richiesta, espressa in un lungo sfogo, è di una potenza disarmante perché ribalta completamente la prospettiva: “Ma io non voglio essere bella. Voglio essere ascoltata, creduta, curata”. Una frase che suona come un atto d’accusa nei confronti di un sistema sanitario e sociale che troppo spesso sminuisce i sintomi femminili, liquidandoli come ansia o isteria.
Del resto, i numeri parlano chiaro. L’endometriosi, patologia cronica caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale al di fuori della cavità uterina, è ancora oggi circondata da un alone di scarsa conoscenza diffusa. Si stima che una donna su nove ne soffra, eppure il percorso diagnostico è spesso una vera e propria via crucis che può durare mediamente dai 7 ai 10 anni. In questo lasso di tempo, le pazienti passano da un medico all’altro, vedendo il proprio dolore minimizzato, fino a quando, troppo spesso, si arriva a una diagnosi quando la malattia ha già compromesso in modo significativo la qualità della vita, influendo pesantemente anche sulla fertilità. Proprio su questo fronte, Soleri ha voluto porre l’accento: “Questo significa che se io fossi alla ricerca di una gravidanza che non arriva, quella domanda avrebbe potuto spezzarmi”.
L’endobelly come simbolo e la richiesta di un cambio di passo istituzionale
Il gesto di Giorgia Soleri, quindi, non è stato solo un atto di ribellione individuale, ma si è configurato come un’operazione di pedagogia pubblica. Nel mostrare il cosiddetto “endobelly”, ha dato un volto – o meglio, un – a un sintomo che per chi ne soffre è fonte di dolore e disagio, ma che per chi guarda viene immediatamente associato a un immaginario di maternità. Un equivoco culturale, il suo, che genera una doppia sofferenza: quella fisica della malattia, e quella psicologica di doversi giustificare per un aspetto fisico che sfugge al controllo.
L’appello finale lanciato dall’influencer, infatti, si rivolge direttamente alle istituzioni. “Voglio essere vista dal sistema sanitario e tutelata dalle istituzioni. Voglio più formazione, azione, sensibilizzazione. Voglio più ricerca, voglio una cura”. Parole che trovano eco nei dati diffusi da esperti e associazioni, secondo i quali l’endometriosi rappresenta un vero e proprio problema di salute pubblica, con un impatto enorme sulla vita lavorativa e relazionale di milioni di donne. La testimonianza di Soleri, in questo senso, si inserisce in un movimento più ampio che cerca di spingere la politica a colmare il divario di genere nella ricerca medica, chiedendo finanziamenti adeguati e percorsi di cura uniformi sul territorio nazionale.




