Giorgia Soleri e quella pancia che non è una gravidanza: l’endobelly come simbolo di una malattia invisibile
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Redazione Salute
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L’immagine, nel suo essere sfocata e privata, reca con sé una domanda che per Giorgia Soleri, attivista e volto noto del panorama mediatico italiano, rappresenta ormai il ritornello di un’esistenza costretta a giustificarsi. “Ma sei incinta?”. È questa la domanda – riportata in sovrimpressione sul video pubblicato sui propri canali social – che ha scelto di mettere in scena per ribaltarne il significato, trasformando un’apparente curiosità sul Corpo in un atto di denuncia politica. La risposta, secca e priva di fraintendimenti, arriva a chiudere un cerchio di supposizioni ricorrenti: “Non sono incinta, sono malata”. A trent’anni, e dopo anni di condivisione pubblica della propria condizione, Soleri ha voluto puntare i riflettori su quella che tecnicamente viene definita “endobelly”, la pancia gonfia causata dall’endometriosi, smarcando ancora una volta il proprio corpo da una narrazione sociale che tende a leggere il cambiamento fisico femminile esclusivamente attraverso la lente della maternità.
Quando l’endobelly diventa un campo di battaglia sociale
Il video, pubblicato nel mese dedicato alla consapevolezza sull’endometriosi, non si limita a mostrare il gonfiore addominale che caratterizza la sua quotidianità, ma lo utilizza come pretesto per smontare una retorica pericolosa. L’attivista milanese spiega che quella pancia, che “ai più rimanda a un immaginario legato alla maternità”, per milioni di donne ha invece un nome preciso: endobelly, ovvero la manifestazione fisica di una patologia cronica e neuroinfiammatoria. È una distinzione che non riguarda solo la sfera medica, ma tocca il cuore di un problema culturale più ampio, quello dello sguardo esterno che giudica e categorizza il femminile senza conoscerne la storia. Soleri, che ha già portato all’attenzione pubblica temi come la vulvodinia e il dolore pelvico cronico, sottolinea come questa domanda, apparentemente innocente, nasconda una potenziale violenza psicologica, specialmente considerando che tra i sintomi dell’endometriosi figura anche l’infertilità, che colpisce circa il 40-50% delle pazienti.
I numeri di una malattia silenziosa e il costo del ritardo diagnostico
A rendere ancora più urgente il messaggio lanciato dall’influencer sono i dati epidemiologici che descrivono la portata di un fenomeno ancora troppo spesso sottovalutato. In Italia, si stima che oltre un milione e ottocentomila donne convivano con l’endometriosi, una patologia che colpisce una donna su nove in età fertile ma che, nonostante questa incidenza, soffre ancora di una pericolosa mancanza di visibilità. Uno degli ostacoli più gravi, come evidenziato anche dalle associazioni di settore e dagli specialisti, è rappresentato dal ritardo diagnostico: una paziente può attendere fino a dieci anni prima di ricevere una diagnosi certa, passando attraverso un calvario di dolori minimizzati, sintomi scambiati per sindrome del colon irritabile e visite che troppo spesso etichettano la sofferenza come “ansia” o “isteria”. Questo ritardo, che Soleri ha definito “un incubo” da cui vuole liberare le prossime “sorelle di dolore”, ha conseguenze devastanti non solo sulla qualità della vita, ma anche sulla fertilità e sulla salute mentale, trasformando la gestione della malattia in una sfida quotidiana che richiede risorse economiche e psicologiche enormi.
La gestione di una patologia complessa tra terapie e sguardo altrui
Nel suo intervento, Giorgia Soleri ha voluto mettere in luce anche la difficoltà di accettare i cambiamenti imposti dalle terapie, oltre che dalla malattia stessa. L’endobelly, spiega, non è che uno dei tanti sintomi – sebbene il più visibile – di una condizione che richiede un approccio multidisciplinare, che spazia dalla terapia ormonale alla chirurgia laparoscopica nei casi più complessi, fino alla gestione dell’infiammazione sistemica attraverso percorsi nutrizionali mirati. Tuttavia, la convivenza con il dolore cronico si scontra spesso con una richiesta sociale paradossale: quella di apparire sempre al meglio, di compiere “sforzi sovrumani per risultare la più bella possibile”. La frase con cui Soleri chiude il suo sfogo – “Ma io non voglio essere bella. Voglio essere ascoltata, creduta, curata” – suona come una rinuncia a un canone estetico imposto, per rivendicare invece un diritto sanitario fondamentale. Una richiesta che, nel mese dedicato alla sensibilizzazione in vista della Giornata mondiale del 28 marzo, assume il valore di un atto politico contro la banalizzazione del dolore femminile.




