Alberto Cirio bussa alla Cassa depositi e prestiti per non perdere l’aeroporto di Torino-Caselle
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Redazione Economia
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La partita per il futuro dell’aeroporto di Torino-Caselle si gioca su più tavoli, e il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha deciso di giocare la sua carta più importante: quella romana. Dalle vacanze a Diano Marina, il governatore, che finora aveva lasciato al vice Maurizio Marrone il compito di esprimere le posizioni più nette sull’integrazione tra Sagat e Sea, sta ora cercando un varco per entrare direttamente nella partita.
Non per tornare a essere padrone di Caselle, ambizione difficilmente compatibile con i numeri dell'operazione, ma per scongiurare il rischio che il Piemonte resti senza voce nella futura compagine societaria che governerà il proprio scalo. Il telefono che in questi giorni squilla più spesso verso Roma è proprio il suo, e l'obiettivo è uno solo: trovare un alleato di peso nella Cassa depositi e prestiti per recuperare un'influenza che le ripetute privatizzazioni hanno di fatto azzerato.
La strategia di Cirio: un ponte tra Piemonte e governo Meloni
Il ragionamento che muove il presidente Cirio è lineare, sebbene politicamente delicato. Torino ha venduto: prima il Comune, poi la Regione, a più riprese, fino alla completa privatizzazione di Sagat, che oggi è controllata al cento per cento da F2i. Lo stesso Comune di Milano, azionista di maggioranza di Sea con il 54,8% (a fronte di un 45% di F2i), ha già fatto sapere di voler mantenere il controllo assoluto anche dopo l'eventuale fusione con lo scalo torinese.
In questo scenario, il timore piemontese è che Caselle possa diventare una sorta di scalo periferico di un sistema aeroportuale deciso altrove, con Torino relegata a un ruolo secondario. Per evitarlo, Cirio ha iniziato a sondare il terreno con la Cassa depositi e prestiti, un colosso pubblico che, attraverso le sue partecipazioni (il 26 per cento di F2i e il 9 per cento di 2i Aeroporti), rappresenta un attore chiave nel risiko aeroportuale italiano.
L’idea non sarebbe quella di chiedere un blocco dell'operazione, che il governatore non sembra voler contrastare nella sua sostanza industriale, ma di ottenere una sponda per garantire al Piemonte una rappresentanza, magari con una partecipazione minima che consentirebbe di tornare a sedere al tavolo dopo anni di vendite.
È una scommessa che passa inevitabilmente per il governo Meloni, visto che Cdp è controllata dal ministero dell'Economia guidato da Giancarlo Giorgetti, il quale a sua volta, secondo fonti vicine al dossier, vedrebbe di buon occhio l'integrazione tra gli scali del Nord Ovest.
Il nodo societario e il ruolo di F2i nell’integrazione Sea-Sagat
L'operazione di integrazione tra Sea e Sagat, che se andasse in porto darebbe vita a un colosso da oltre 900 milioni di euro di fatturato e 47,3 milioni di passeggeri, è al centro di un complesso gioco societario che vede come protagonista il fondo F2i. Tramite il veicolo 2i Aeroporti, F2i controlla interamente lo scalo torinese e possiede una quota rilevante di Sea, affiancando il Comune di Milano come socio di maggioranza.
È proprio questa compresenza a fare da perno al progetto, che è emerso dopo il fallimento dell'ipotesi di fusione tra Sea e Sacbo, la società che gestisce l'aeroporto di Bergamo-Orio al Serio.
La volontà di creare un sistema aeroportuale del Nord Ovest coordinato, che veda Malpensa nel ruolo di porta intercontinentale, Linate come city airport per il traffico d'affari e Caselle come scalo regionale a vocazione low cost, risponde anche alla logica del Piano nazionale degli aeroporti 2026-2035 pubblicato a metà luglio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Tuttavia, come sottolineato dal governatore Cirio, il pericolo per il Piemonte è che la razionalizzazione industriale si traduca in una subordinazione politica e gestionale a Milano, tanto più che il Comune di Torino non è più azionista di Sagat dal 2018.
Le reazioni politiche: tra accuse di “scippo” e aperture industriali
Le posizioni all'interno del centrodestra piemontese appaiono, al momento, non perfettamente allineate. Mentre il presidente Cirio sta cercando di tessere la sua tela romana con la cautela del mediatore, il suo vice Maurizio Marrone ha utilizzato toni molto più duri, definendo l'operazione di integrazione addirittura uno «scippo». Parole pesanti che riflettono la preoccupazione di una parte della politica torinese, ma che non sembrano avere al momento un riscontro concreto nella strategia del governatore.
Dall'altra parte, invece, il mondo industriale piemontese avrebbe già manifestato un orientamento favorevole al progetto, privilegiando la logica sistemica del Nord Ovest e le possibili sinergie tra gli scali, che potrebbero tradursi in una maggiore capacità di investimento e in un miglioramento complessivo dei servizi. Se gli industriali vedono nell’unione una possibilità di crescita, la politica, con l'eccezione di Marrone, sembra più concentrata sulla necessità di non restare esclusa dal nuovo equilibrio di potere.
L'assessore regionale ai Trasporti Marco Gabusi ha cercato di rassicurare, dichiarando che «l'eventuale ingresso in una rete con gli scali di Milano non è negativo» e che «non si fa una fusione per ammazzare Caselle», mentre lo stesso sindaco di Torino Stefano Lo Russo si è detto in attesa degli esiti dello studio, assicurando che valuterà ogni sviluppo «sulla base della sua capacità di rafforzare lo scalo torinese».
In questo contesto, la mossa di Cirio alla Cassa depositi e prestiti rappresenta il tentativo di trasformare una debolezza strutturale, la mancanza di una partecipazione azionaria diretta, in una opportunità politica, facendo leva sul governo nazionale per ottenere quelle garanzie che il Piemonte, da solo, non è più in grado di strappare.
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