Sebino Nela, la malattia e la vita: «Il cancro che ha colpito la mia famiglia»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sebino Nela, il cui nome evoca immediatamente l'immagine del terzino grintoso di una Roma di altri tempi, distingue con precisione i due piani della sua esistenza, separando l'identità pubblica da quella privata. «Sebastiano è l'uomo nascosto sotto la maglietta da calcio», afferma in un'intervista, mentre «Sebastiano è l'uomo nascosto sotto la maglietta da calcio», un'affermazione che delinea i confini tra la persona riservata e l'atleta che i tifosi incitavano con il coro "Picchia Sebino", un invito, spiega, non alla violenza ma all'irruenza in campo, alla tenacia che lo caratterizzava. Quel giocatore, che oggi racconta una battaglia personale ben più dura di qualsiasi partita, emerge da un passato costellato di sacrifici, descritti nel suo libro: tre ore di autobus al giorno, la sveglia all'alba, la scuola, gli allenamenti e il lavoro nel ristorante dei genitori, fino a studiare sui libri a mezzanotte, crollando dal sonno.

Un avversario più duro di qualsiasi difensore

La sua vita, però, è stata segnata da un avversario che ha colpito ripetutamente la sua famiglia, un tumore al colon che lui stesso ha affrontato e che, purtroppo, si è portato via suo padre e sua sorella. Nela rievoca le notti trascorse in bagno, «cinque ore tutte le notti con dolori», un calvario fisico e psicologico che lo ha messo a dura prova, un'esperienza che lo accomuna, seppur con un esito diverso, a figure del calibro di Sinisa Mihajlovic e Luca Vialli, da lui ricordati come «meno fortunati di me». La sua è una riflessione sulla malattia vissuta come una partita da disputare con ogni forza, un confronto che lo ha spinto a desiderare un dialogo quasi filosofico, come quello che immagina con un Maori, forse alla ricerca di una prospettiva diversa sulla resistenza e sulla sofferenza.

Dai campi di calcio alle considerazioni sul presente

Pur nel solco di un racconto così personale e doloroso, l'ex calciatore non manca di volgere lo sguardo al panorama sportivo attuale, esprimendo una valutazione sulle squadre candidate allo Scudetto. Secondo la sua analisi, «il Napoli ha tutto per riconfermarsi» il titolo conquistato, individuando poi nell'Inter «la squadra che gioca meglio», mentre al Milan attribuisce il ruolo potenziale di «mina vagante», un'incognita capace di sovvertire qualsiasi pronostico. Queste osservazioni, seppur marginali nel contesto dell'intervista, dimostrano come il suo legame con il mondo del pallone rimanga intatto, un filo che unisce il Sebino di ieri al Sebastiano di oggi.

Le radici di una carriera inaspettata

Il suo approdo al calcio professionistico, del resto, non fu per nulla scontato. Tifoso del Genoa, come suo padre, venne inizialmente scartato perché troppo magro, riuscendo poi a entrare nel vivaio rossoblù grazie a quella che lui stesso definisce, senza giri di parole, «una raccomandazione», ovvero l'intercessione di un amico di famiglia che si fece garante per lui. È da quelle origini, umili e lontane dai riflettori, che è nata una carriera fatta di tenacia, la stessa che ora applica a una sfida che va ben oltre il rettangolo di gioco.

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