Fumare non è sociale: lo studio europeo che sfata il mito della pausa sigaretta

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per decenni la pausa sigaretta è stata considerata un rito di passaggio, un pretesto per socializzare, rompere il ghiaccio o inserirsi in un gruppo. L'immagine del fumatore solitario appartiene semmai al cinema, mentre nella vita reale la sigaretta è stata a lungo un collante sociale: si offre, si chiede, si accende insieme.

Eppure, una corposa analisi europea presentata al Congresso della European Respiratory Society (ERS) di Barcellona ribalta completamente questa prospettiva, suggerendo che, lungi dall'essere un'attività di aggregazione, il fumo sia invece un fattore che contribuisce all'isolamento e alla solitudine.

Oltre 50.000 persone monitorate in 15 Paesi

A guidare la ricerca è Keir Philip, docente clinico di medicina respiratoria presso il National Heart and Lung Institute dell'Imperial College di Londra. Il team ha esaminato i dati di oltre 50.000 individui provenienti da 15 Paesi, tra cui Svezia, Danimarca, Estonia, Austria, Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Spagna, Italia, Repubblica Ceca, Slovenia e Israele.

I partecipanti, con un'età media di 67 anni, fanno parte del progetto Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (SHARE), un'ampia indagine longitudinale che monitora lo stato di salute e le condizioni di vita degli over 50 nel continente. All'inizio della rilevazione, il 22% del campione era composto da fumatori, mentre quasi la metà (il 48,5%) soffriva di più di due patologie croniche.

Un legame più profondo: la solitudine aumenta nel tempo

Per valutare il livello di solitudine percepita, i ricercatori si sono avvalsi della scala psicologica UCLA, somministrata ai partecipanti a distanza di due anni. I risultati hanno mostrato una correlazione netta: i fumatori non solo partivano da un livello di solitudine più elevato rispetto ai non fumatori, ma hanno registrato un incremento significativo del senso di isolamento nel corso del tempo.

Questo fenomeno si è rivelato trasversale, manifestandosi indipendentemente da variabili come età, sesso, Paese di residenza o livello iniziale di solitudine, con variazioni minime tra le diverse aree geografiche europee. Come ha sottolineato lo stesso Keir Philip, presentando i risultati a Barcellona, "fumare non è un'attività sociale; la nostra ricerca dimostra che porta a un maggiore isolamento sociale e solitudine. Diffondere il messaggio attraverso vari canali sarà fondamentale: è necessario chiarire l'impatto psicosociale del fumo".

I meccanismi: malattie e divieti che allontanano

Ma attraverso quali meccanismi la sigaretta eroderebbe la rete di relazioni di una persona? Gli autori dello studio identificano due percorsi principali. Il primo è di natura fisica: con l'avanzare dell'età, le patologie progressive correlate al fumo, come quelle respiratorie e cardiovascolari, limitano la mobilità, rendendo più difficile uscire di casa o partecipare ad attività collettive. Il secondo è invece legato all'ambiente sociale e alle norme condivise.

La crescente diffusione di spazi smoke-free nei luoghi pubblici e il divieto sempre più frequente di fumare nelle case private rendono questi contesti meno accessibili e attraenti per i fumatori, riducendone di fatto le opportunità di interazione. In pratica, la limitazione dei luoghi dove è consentito fumare finisce per marginalizzare ulteriormente chi non rinuncia al tabacco.

"I divieti di fumo nei luoghi pubblici e gli ambienti informali, come le case private, potrebbero rendere tali luoghi meno attraenti per i fumatori, limitando così le opportunità di interazione sociale", ha spiegato Philip. Des Cox, dell'University College Dublin, intervenendo sulla ricerca, ha poi aggiunto che l'idea che fumare sia un'attività sociale andrebbe definitivamente messa in discussione, poiché le prove suggeriscono esattamente il contrario.

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