Nepal, l'apocalisse silenziosa dell'Himalaya: 584 morti e oltre 2.400 dispersi, la paura di una seconda ondata ferma i soccorsi
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Redazione Esteri
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La catastrofe che ha colpito il confine tra Nepal e Tibet mercoledì 26 agosto si configura come uno dei più gravi disastri naturali degli ultimi anni nell'area himalayana, ma il suo racconto si perde nell'immensità di numeri che crescono di ora in ora. Secondo l'ultimo bilancio fornito dalle autorità locali, si contano infatti almeno 584 vittime accertate, con un numero di dispersi che ha superato le 2.400 unità: una cifra che, nella sua tragica imprecisione, racconta la furia di un'onda anomala che ha travolto tutto ciò che trovava sul suo cammino.
La ricostruzione degli eventi, basata sulle immagini satellitari e sulle testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie, parla di un crollo di massa di un ghiacciaio avvenuto a un'altitudine di circa 5.100 metri, una frana che, precipitando per un dislivello di 1.400 metri, ha innescato un'onda di piena di proporzioni bibliche, stimata in alcuni punti tra gli 8 e i 10 metri di altezza. Sul versante nepalese, le vittime accertate sono 579, mentre sul lato tibetano, nella contea di Gyirong, le autorità cinesi hanno confermato la morte di altre 5 persone.
Le operazioni di soccorso, coordinate dall'esercito nepalese e dalle agenzie internazionali, hanno permesso finora di trarre in salvo oltre 3.700 persone, ma il lavoro dei soccorritori è drammaticamente complicato dalla vastità dell'area colpita e dalla minaccia incombente di una seconda, potenzialmente devastante, ondata di piena.
L'emergenza e il rischio di una nuova alluvione
Mentre i numeri del disastro si aggiornavano senza sosta, dalle autorità nepalesi è giunta una notizia che ha gelato il sangue dei soccorritori e della popolazione superstite. Un lago di sbarramento, formatosi naturalmente in seguito all'ostruzione del corso del fiume provocata dalla frana, ha iniziato a tracimare, creando il concreto rischio di una nuova, improvvisa inondazione che seguirebbe lo stesso percorso distruttivo dei giorni scorsi.
Secondo quanto riferito dalla televisione di stato cinese Cctv, il volume d'acqua accumulato in questo bacino, alimentato dalle piogge dei giorni successivi, potrebbe superare i 2,5 milioni di metri cubi, con il rischio che possa raddoppiare nelle prossime 72 ore a causa delle precipitazioni previste.
Di fronte a questa minaccia concreta, le operazioni di ricerca e soccorso sono state temporaneamente sospese sia sul versante nepalese che in Tibet, nella zona di Gyirong, e a tutte le squadre di emergenza è stato ordinato di ritirarsi di almeno un chilometro, per evitare di essere travolte da una nuova ondata di fango e detriti che potrebbe scatenarsi da un momento all'altro.
"Siamo ovviamente molto, molto preoccupati per la seconda alluvione", ha dichiarato David Fisher, capo della delegazione della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC) in Nepal, parole che riassumono l'angoscia di una popolazione che ha già perso tutto e che ora deve fare i conti con la paura di un nuovo, improvviso, arrivo dell'acqua.
L'impatto umanitario e la risposta internazionale
L'impatto di questa catastrofe è di proporzioni immense, con una stima preliminare della Croce Rossa che parla di circa 93.000 persone direttamente colpite dall'alluvione, costrette a confrontarsi con la perdita di case, infrastrutture e mezzi di sussistenza. Il disastro ha spazzato via ponti, strade e centrali idroelettriche, isolando interi villaggi e rendendo estremamente complesse le operazioni di rifornimento di cibo, acqua potabile e assistenza medica.
Medici Senza Frontiere (MSF) ha inviato una sua équipe in Nepal meno di 24 ore dopo la tragedia, per valutare i bisogni immediati delle popolazioni colpite, consapevole che oltre al supporto medico d'emergenza, sarà fondamentale fornire rifugi, beni di prima necessità e accesso all'acqua pulita per prevenire il collasso sanitario delle aree isolate. Sul fronte dei dispersi, la situazione resta drammaticamente fluida e complessa.
Le autorità hanno dovuto rivedere al rialzo le stime, includendo nella lista circa 900 lavoratori impegnati nella costruzione di progetti idroelettrici nella valle del fiume, di cui non si avevano più notizie. A rendere la situazione ancora più angosciante è l'elevato numero di turisti stranieri coinvolti: secondo l'Ente per il turismo del Nepal, ben 644 cittadini stranieri risultano ancora dispersi, tra cui figurano 178 indiani, 65 statunitensi e tre, forse quattro, italiani.
Il dolore e l'attesa delle famiglie
Mentre le squadre di soccorso lottano contro il tempo e le avverse condizioni meteorologiche, nel tentativo di raggiungere chi è ancora intrappolato sotto le macerie o nelle gallerie dei tunnel allagati, la conta delle vittime prosegue senza sosta, e si teme che il bilancio finale possa rivelarsi ancora più tragico.
L'Autorità nazionale per la riduzione e la gestione del rischio di disastri ha diffuso dati che mostrano come i corpi siano stati trascinati per decine di chilometri a valle, rendendo il lavoro di identificazione estremamente lento e doloroso: quasi quattrocento salme giacciono ancora senza nome negli obitori, in attesa di essere riconosciute dai familiari.
Il governo italiano ha attivato l'Unità di Crisi della Farnesina, inviando a Kathmandu una task force per assistere i connazionali e fare chiarezza sulla sorte dei tre italiani risultati irreperibili, mentre in tutto il mondo si moltiplicano gli appelli per sostenere le popolazioni colpite da quella che gli esperti definiscono una delle frane glaciali più violente mai registrate, un evento raro ma globale, che nel cuore dell'Himalaya ha lasciato uno scenario di distruzione e desolazione.
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