I dieci milioni di dollari sulla testa della nuova Guida Suprema iraniana

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina bellica e d'intelligence americana, sotto la rinnovata amministrazione Trump, ha riattivato uno dei suoi strumenti più controversi e, storicamente, più efficaci, nella lotta al terrorismo e non solo: il programma “Rewards for Justice”. Il Dipartimento di Stato, aggiornando la lista dei ricercati più pericolosi per gli interessi statunitensi, ha puntato i riflettori sui vertici della Repubblica Islamica dell'Iran, offrendo ricompense fino a dieci milioni di dollari per informazioni che possano portare alla loro cattura. Una mossa che riporta alla mente le taglie su figure del calibro di Osama Bin Laden o del leader dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi, ma che stavolta si concentra su una struttura di potere statuale, quella dei Guardiani della Rivoluzione e dell'entourage più fidato della Guida, in un momento di altissima tensione bellica.

In cima a questa lista, che conta dieci nomi di alti funzionari, campeggia quello di Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali alla guida del paese dopo l'attacco congiunto israelo-americano che a fine febbraio ha decapitato gran parte della leadership iraniana. La sua assenza dalla scena pubblica, da giorni, alimenta voci e teorie contrastanti. Fonti vicine all'intelligence occidentale, rilanciate anche dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, parlano di un uomo ferito e sfigurato, costretto a nascondersi e a comunicare solo attraverso messaggi scritti letti dalla televisione di Stato, un fantasma al comando in un momento in cui il regime combatte per la propria sopravvivenza. La sua prima dichiarazione, un messaggio di vendetta e la promessa di estendere il conflitto, è stata affidata alla voce di una presentatrice, mentre lui rimane nell'ombra, un bersaglio primario in un paese sottoposto a continui bombardamenti.

La struttura del potere iraniano messa nel mirino degli Stati Uniti

L'iniziativa americana, che si inserisce nell'ambito dell'operazione Epic Fury, non si limita però alla sola nuova Guida Suprema. Il Dipartimento di Stato ha diffuso immagini e dettagli precisi su altri nove individui, pezzi fondamentali dell'apparato di potere e sicurezza di Teheran. Tra questi spiccano Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, figura chiave della diplomazia e della strategia militare iraniana, che in queste ore ha risposto alle minacce via social con messaggi di sfida, affermando che iniziare una guerra è facile ma finirla non lo è affatto. Con lui, nella lista dei “dieci milioni di dollari”, troviamo il consigliere militare dell'ayatollah, Yahya Rahim Safavi, noto per le sue posizioni oltranziste e le minacce contro Israele -6, e Ali Asghar Hejazi, responsabile della sicurezza dell'ufficio della Guida, un uomo che conosce i segreti più reconditi del bunker del potere.

Non sono stati dimenticati i ministri chiave dell'attuale esecutivo: Eskander Momeni, titolare del Ministero dell'Interno, ed Esmail Khatib, a capo del potente Ministero dell'Intelligence. Entrambi, figure centrali nella repressione del dissenso interno e nel controllo del territorio, sono ora ufficialmente ricercati da Washington con l'accusa di dirigere e coordinare attività terroristiche globali attraverso i Guardiani della Rivoluzione, già designato come organizzazione terroristica. Una designazione, quest'ultima, che rende la taglia un'estensione logica dello stato di belligeranza in atto.

La caccia all'uomo nell'era della guerra tecnologica e dello Stretto in fiamme

Parallelamente alla pubblicazione delle taglie, la situazione militare e geostrategica rimane incandescente. L'Iran, nonostante la perdita di gran parte dei suoi vertici e una capacità militare compromessa dai continui raid, mantiene una presa ferrea sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio mondiale. La nuova Guida ha ribadito che il passaggio resterà chiuso, una minaccia che si è già concretizzata in attacchi contro navi mercantili e nel posizionamento di mine, nonostante le smentite e le esortazioni della Casa Bianca alle petroliere a sfidare il blocco. La risposta di Washington non si è fatta attendere, con l'avvertimento ai civili iraniani di stare lontani dai porti dello Stretto, considerati ormai obiettivi militari legittimi se usati per operazioni belliche.

L'offerta di ricompense in denaro si configura quindi come un'arma a doppio taglio: da un lato, mira a seccare le fonti del comando, incoraggiando defezioni e tradimenti all'interno di un apparato già provato e in difficoltà; dall'altro, getta benzina sul fuoco di uno scontro che ha già causato migliaia di vittime, tra cui i civili colpiti per errore da un missile Tomahawk americano su una scuola elementare. L'invito del programma americano a inviare informazioni attraverso canali protetti come Signal o Tor, con la promessa di ricompense e trasferimenti di sede, rappresenta la punta di diamante di una strategia che punta a colpire il nemico dall'interno, cercando di infiltrarsi nelle crepe di un regime in stato d'assedio.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.