La moda maschile detta legge a Sanremo tra look sartoriali e l’esercito di terracotta di Carlo Conti

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un nuovo protagonista sul palco dell’Ariston, e non ha nulla a che spartire con le note musicali o le classifiche di vendita. La settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, quella che ha preso il via ieri sera e che animerà il teatro ligure fino al 28 febbraio, sta riscrivendo le regole del fashion system italiano, e lo fa partendo dagli uomini. Perché se è vero che la musica resta la ragione sociale della kermesse, è altrettanto innegabile che i riflettori si accendano con la medesima intensità sui look, capaci di amplificare l’essenza stessa di una canzone o, al contrario, di tradirne completamente lo spirito. I tempi delle provocazioni estreme, come il pancione finto di Loredana Bertè o i kimono da geisha di Patty Pravo, sembrano consegnati a un passato che oggi suscitano persino una punta di nostalgia, e la prima serata lo ha confermato con un’eleganza diffusa ma priva di quei guizzi iconici capaci di imprimersi nella memoria collettiva oltre lo schermo televisivo.

A ben guardare, la vera rivoluzione in atto non risiede tanto negli abiti in sé, quanto nella loro declinazione cromatica applicata alla popolazione maschile del Festival. Si alza il sipario e ci si accorge che, accanto a Carlo Conti, il cui incarnato color cioccolato al latte rappresenta ormai una cifra stilistica consolidata – una sorta di Pantone umano su cui lui stesso non ha mai smesso di ironizzare – è schierato un vero e proprio esercito di terracotta. L’abbronzatura, o quella che tale vuole sembrare, ha conquistato i big in gara e i co-conduttori con un’intensità che non si vedeva dagli anni Ottanta, trasformando il parterre dell’Ariston in una tavolozza di sfumature caramellate che poco hanno a che spartire con la luminosità cerea delle colleghe donne. Sal Da Vinci, con quel suo colorito da scugnizzo baciato dal sole di Napoli, ne è l’emblema più plastico, e insieme a lui artisti come Luchè ed Enrico Nigiotti sfilano con un aspetto da reduci di una vacanza ai Tropici, in un tripudio di lampade, spray autoabbronzanti e fondotinta stratificati -4.

Can Yaman e la provocazione calcolata, Dargen D’Amico e il rischio del concept

Se la pelle abbronzata detta la nuova tendenza di fondo, sono poi i singoli look a raccontare le personalità artistiche che calcano il palco. Olly, il campione in carica, ha aperto le danze affidandosi a Dolce&Gabbana per un outfit che gioca sulla continuità più che sulla sorpresa, quasi a suggellare un legame indissolubile con il luogo che lo ha consacrato. La canotta, immancabile, e la camicia aperta sul petto restano, ma l’azzurro e il bianco della vittoria lasciano il posto a un più cupo e deciso bordeaux, abbinato a pantaloni da smoking dal fit rilassato e alla sua inseparabile collana con i guantoni da boxe -1. Una scelta di coerenza, la sua, che non stravolge ma consolida. Sul fronte opposto si colloca invece Can Yaman, il cui esordio sanremese ha puntato tutto sulla fisicità più che sulla sartoria: camicia invariabilmente slacciata a mostrare pettorali lucidi d’olio, giacca tempestata di strass e un atteggiamento da bad boy che ha diviso la critica tra chi ne ha lodato il carisma istintivo e chi avrebbe gradito, per una volta, una camicia chiusa e un filo di sobrietà in più -2-6.

Ma la serata ha offerto anche spunti di riflessione più articolati sul concetto stesso di abito come estensione del messaggio artistico. Dargen D’Amico, fedele alla sua cifra stilistica eccentrica, ha presentato un completo kimono di Mordecai con una stampa effetto parquet in trompe-l’œil, un riferimento dichiarato a Pinocchio e a un’estetica volutamente straniante che però, a detta di molti, è parsa più confusa che visionaria -5-7. In molti lo hanno bocciato, definendo il suo completo arancione sciatto e fuori luogo, ma forse il suo obiettivo era proprio quello di sfuggire a qualsiasi catalogazione, anche a costo di apparire sgradevole. Funziona invece alla perfezione il connubio tra Michele Bravi e Antonio Marras, con quel completo a quadri dal sapore vintage, camicia a righe e cravattino annodato, un inno a una eleganza poeticamente fuori dal tempo che gli è valsa una pioggia di consensi -2-6.

L’eleganza femminile si affida ai colori neutri, da Armani a Vivienne Westwood

Mentre gli uomini giocano la partita dell’abbronzatura e delle provocazioni sartoriali, le donne rispondono con un rigore cromatico che lascia poco spazio all’improvvisazione. Laura Pausini, madrina della prima serata accanto a Carlo Conti, ha dettato il mood con una tripla change firmata Giorgio Armani, passando dal velluto nero a sirena di un abito vecchia Hollywood, arricchito da un collier di diamanti e tanzanite Pomellato, a un tubino greige ricamato con migliaia di perline, fino a un abito blu Klein costellato di cristalli -5-7. Una lezione di stile che conferma il legame storico con lo stilista piacentino, capace di esaltare le curve senza mai cadere nell’eccesso. Sulla stessa lunghezza d’onda si muove Arisa, avvolta in una nuvola bianca di Des Phemmes tempestata di 1300 gocce di cristallo, con un hair look da diva old Hollywood che l’ha consacrata come una delle regine incontrastate della passerella -6-7.

Ma non è solo lusso e compostezza, perché il palco dell’Ariston richiede anche qualche guizzo più pop. Ditonellapiaga, ad esempio, ha scelto Dsquared2 per un minidress 3D dalla gonna cortissima e corpetto a cuore, abbinato a una t-shirt con la scritta "Che fastidio!" in perfetta sintonia con il suo brano in gara -2-6. Un look giocoso e volutamente ipertrofico che, nonostante qualche perplessità sul troppo pieno, ha centrato l’obiettivo di distinguersi. E mentre Mara Sattei opta per un gotico contemporaneo con l’inconfondibile bustier di Vivienne Westwood e gioielli Salvini, e Levante si fa scolpire da un tubino Armani color champagne cosparso di microcristalli, c’è anche chi, come J-Ax, sembra aver sbagliato epoca, calandosi in un mood country da cowboy texano con tanto di cappello e bastone che sa di forzatura più che di autentica ispirazione -2-7.

Dai promossi ai bocciati, il verdetto della prima notte all’Ariston

La passerella dell’Ariston, si sa, è spietata quanto le classifiche di vendita, e i primi verdetti iniziano già a delinearsi all’indomani della prima puntata. Tra i grandi promossi spicca senza dubbio Sayf, il cui esordio sanremese ha sorprese tutti con un completo gessato marrone di GCDS, cravatta in pelle di pitone bordeaux e un’aria da dandy moderno che ha convinto critica e pubblico -2. La sua capacità di mescolare il rigore sartoriale con dettagli audaci, come le treccine ordinate e l’anello al mignolo, ha fatto centro. Meno fortunato chi ha giocato la carta della sicurezza a tutti i costi: Tommaso Paradiso, in Emporio Armani, è stato etichettato come l’amico invitato al battesimo del cugino, con una giacca spezzata che non è riuscita a sollevare un insieme giudicato piatto e privo di mordente -2.

Sul fondo della classifica ideale si attestano anche Fedez e Marco Masini, accomunati da un total black che molti hanno letto come una divisa da pompe funebri più che come una scelta stilistica consapevole -7. La camicia nera e i pantaloni del primo, impreziositi solo da uno squarcio sulla schiena che mostra i tatuaggi, hanno evocato più l’idea di una security informale che di un artista sul palco più importante d’Italia. E se Ditonellapiaga ha spaccato in due la critica tra il geniale e il sopra le righe, Elettra Lamborghini ha tenuto fede alla sua promessa di haute couture con un abito Tony Ward dalle trasparenze barocche, che però non ha convinto del tutto per l’eccesso di ricami e la sensazione di un look che la appesantiva più che valorizzarla -2. In questa edizione, insomma, la moda maschile prova a strappare la scena a quella femminile, e lo fa con una varietà di registri che spaziano dall’eleganza compassata del gessato alla provocazione muscolare dell’abbronzatura estrema, in un caleidoscopio di stili che promette di tenere banco per tutte e cinque le serate.

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