Omicidio del barman di Malcontenta, le indagini sul complice e la pistola
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Redazione Interno
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La ricerca del complice e dell’arma del delitto procede ora su un duplice binario, per gli investigatori che scavano nella vita del vigile urbano Riccardo Salvagno e di Sergiu Tarna, il giovane barman trovato senza vita in un campo a Malcontenta all’alba dell’ultimo dell’anno. Mentre si setacciano, senza esito, i canali dove potrebbe essere stato diffuso un presunto video hot che avrebbe fatto da detonatore alla vicenda, l’attenzione degli inquirenti si è concentrata sui due telefoni cellulari rinvenuti addosso alla vittima, strumenti nei quali si spera di rintracciare non soltanto le prove definitive di un movente ma anche indizi utili a identificare la seconda persona coinvolta nel rapimento. Su quel telefono, infatti, è emerso il dialogo minaccioso intercorso tra i due, culminato nel messaggio “Ti darò la caccia” inviato da Salvagno proprio il giorno di Natale, a dimostrazione di un rancore che nemmeno la ricorrenza era riuscita a placare.
La traccia dei cellulari e il movente passionale
La dinamica dei fatti, così come ricostruita dalle immagini delle telecamere di sorveglianza e dalle prime dichiarazioni dell’arrestato, sembra delineare una tragica escalation. Dopo il litigio pubblico del 26 dicembre e un successivo tentativo di riconciliazione andato a vuoto, Salvagno avrebbe deciso di agire la notte del 30, raggiungendo in auto il bar di Mestre dove Tarna lavorava e prelevandolo con la forza, insieme a un altro uomo la cui identità rimane l’interrogativo principale per i carabinieri. Quella che era forse iniziata come un’azione intimidatoria, finalizzata a punire il giovane per motivi ancora da chiarire compiutamente, si è trasformata in un epilogo mortale nelle campagne buie di Mira, dove il di Tarna è stato abbandonato dopo che un colpo di pistola, partito secondo la versione del vigile in modo accidentale mentre il barman tentava la fuga, ne ha stroncato la vita.
La confessione e la rete di contatti
“Volevamo spaventarlo, picchiarlo, ma lui è scappato e allora l’abbiamo bloccato. Poi è partito un colpo di pistola per sbaglio”: questa la versione dei fatti fornita da Riccardo Salvagno, che nega una premeditazione dell’omicidio ma conferma la presenza di un secondo individuo. Mentre la magistratura valuta ogni parola di quella confessione, alla ricerca di incongruenze, le indagini si allargano alla cerchia di conoscenze del quarantenne, esplorando in particolare il suo mondo di appassionato di motori e i suoi spostamenti, come quel viaggio a Tenerife di cui ha parlato un conoscente interpellato dagli inquirenti. “So già che i carabinieri mi chiameranno, perché Riccardo era un mio amico ed è venuto da me a Tenerife, ma io non sapevo niente”, ha dichiarato l’uomo, assicurando la massima collaborazione con le forze dell’ordine.
La caccia alle prove decisive
Ora, il lavoro investigativo si concentra sulla ricerca della pistola, che non è stata ancora rinvenuta, e sul riscontro di ogni movimento del vigile e dei suoi contatti nelle ore cruciali. Si esaminano meticolosamente i dati di localizzazione, si ricostruiscono percorsi e si interrogano coloro che, in quell’ambiente ristretto di amicizie e frequentazioni, potrebbero aver avuto sentore di tensioni o addirittura aver avuto un ruolo, seppur marginale, nella pianificazione dell’agguato. Ogni dettaglio, dall’auto utilizzata alla possibile destinazione dell’arma del delitto, viene passato al setaccio per confermare o smentire la ricostruzione fornita dall’unico accusato in mano alla giustizia, la cui posizione resta ovviamente quella di un imputato in attesa di giudizio.




