Riccardo Salvagno, il complice è ancora in fuga e continuano le ricerche del proiettile: «Non ricordo dove ho lasciato la pistola di servizio»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi due settimane dall’esecuzione di Sergiu Tarna, il barman di venticinque anni ritrovato senza vita tra i campi di Malcontenta, il quadro investigativo si stringe attorno a due elementi cruciali e sfuggenti: l’identità del complice e l’arma del delitto. Riccardo Salvagno, il vigile urbano di quarant’anni già in carcere con l’accusa di omicidio, ha dichiarato di non ricordare il luogo in cui avrebbe nascosto la propria pistola di servizio, un particolare che ha costretto gli investigatori a setacciare, senza successo, aree vaste e impervie. L’attenzione della procura, parallelamente, è catalizzata dalla fuga del presunto complice, l’amico albanese che avrebbe aiutato Salvagno nel sequestro e nell’uccisione, del quale si sono perse le tracce dopo averlo accompagnato, secondo quanto ricostruito, verso il confine sloveno di Gorizia.

La caccia al video e gli errori fatali

Se la dinamica materiale dell'agguato resta sotto esame, gli inquirenti stanno seguendo con altrettanta insistenza una pista motivazionale che ruota attorno a un presunto video di carattere intimo. Dall’analisi dei cellulari, infatti, sono emerse chat minacciose su Telegram e l’ombra di una lite furiosa, risalente alla notte tra il 26 e il 27 dicembre, scatenata dalle “paranoie” di Salvagno per un filmato che lo ritrarrebbe insieme a una donna trans. Alcuni di coloro che frequentavano entrambi gli uomini, ancora scossi dall’accaduto, rievocano ora quell’alterco come un momento cruciale, inizialmente sottovalutato e poi divenuto, alla luce dei fatti, un macigno. «Inizialmente non avremmo mai pensato potesse essere stato lui», hanno raccontato alcuni amici, spiegando come il vigile e la vittima fossero considerati molto legati, e come sia stato necessario un paziente lavoro per «unire i puntini» e far emergere un quadro che ora appare, nelle loro parole, «surreale».

Il legame con il Friuli e le tracce da seguire

La rete delle indagini, oltre a concentrarsi sulla fuga del complice, si sta ampliando verso nord, nello specifico verso il Friuli e il comune di Gonars. Lì risiede una ex fidanzata di Salvagno, figura che gli investigatori hanno rapidamente escluso da qualsiasi coinvolgimento diretto nella vicenda, ma il cui legame con l’indagato potrebbe rivelarsi utile per tracciare con precisione i suoi movimenti e quelli del fuggitivo nelle ore decisive successive al delitto. Si tratta, in sostanza, di ricostruire il percorso che portò i due uomini a separarsi dopo l’accompagnamento al confine, un tassello fondamentale per comprendere appieno la pianificazione e le conseguenze di un gesto estremo.

Il puzzle investigativo tra telefonini e ricostruzioni

Il lavoro dei carabinieri procede dunque su più fronti, incrociando dati digitali e riscontri territoriali. I telefoni della vittima e dell’arrestato, con il loro carico di messaggi e possibili contenuti multimediali, rappresentano una miniera di informazioni da cui estrarre la verità su quel video che sembra aver agito da miccia. Dall’altra parte, la caccia all’uomo per scovare il complice rimane una priorità assoluta, così come la ricerca dell’arma, la cui assenza costituisce un vulnus probatorio da colmare. Ogni dettaglio, dalla lite dimenticata ai possibili contatti in Friuli, viene vagliato per trasformare le congetture in prove, in un procedimento giudiziario che mira a fare piena luce su un’amicizia finita in tragedia.

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