Quarto anno di guerra, il Cremlino ammette: “Obiettivi non raggiunti, l’operazione continua”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattordicicentosessantadue giorni. È questo il numero esatto di notti trascorse da quando i carri armati russi varcarono il confine, e di albe in cui l’Ucraina si è svegliata ancora in piedi, ancora in guerra. Il 24 febbraio 2026 segna il quarto anniversario di un’invasione che doveva durare pochi giorni e che invece si è trasformata nel più vasto conflitto convenzionale sul suolo europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una ricorrenza che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato con una dichiarazione di portata politica non trascurabile: gli obiettivi dell’operazione militare speciale, ha detto, non sono stati pienamente raggiunti, motivo per cui le ostilità proseguono -3. Un’ammissione, la sua, che arriva a distanza di quattro anni dall’inizio delle ostilità su larga scala, quasi a certificare l’incapacità di Mosca di piegare la resistenza di Kiev e a giustificare, al contempo, la continuazione di un conflitto che appare sempre più lontano da una risoluzione rapida.

L’Europa in treno verso Kiev, mentre l’Ungheria blocca gli aiuti

Mentre il Cremlino rilasciava le sue dichiarazioni, un treno notturno diretto verso la capitale ucraina portava con sé una delegazione europea di primo piano. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, hanno voluto essere fisicamente a Kiev per ribadire un concetto, scandito più volte durante la loro visita: la pace dovrà essere raggiunta alle condizioni dell’Ucraina, non a quelle dell’invasore -1. Un messaggio chiaro, rafforzato dalla presenza di numerosi altri leader nordici e baltici, che hanno voluto condividere quel viaggio in segno di solidarietà. Eppure, l’immagine di un’Europa compatta si scontra con la realtà delle dinamiche interne all’Unione. L’Ungheria di Viktor Orbán ha infatti posto il veto sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e, fatto ben più grave, ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, una misura quest’ultima che richiede l’unanimità e che era già stata concordata in sede di Consiglio europeo lo scorso dicembre -1. Il casus belli, per Budapest, è la mancata riparazione del tratto ucraino dell’oleodotto Druzhba, danneggiato da un attacco russo e fondamentale per l’approvvigionamento energetico ungherese.

Putin e la difesa delle infrastrutture, tra attentati e riservisti

Sul fronte interno russo, la percezione di un conflitto che non accenna a terminare si traduce in misure di sicurezza straordinarie. Vladimir Putin ha infatti ordinato al servizio di sicurezza Fsb e ad altre strutture di intensificare la protezione delle infrastrutture critiche, in particolare quelle energetiche e di trasporto -3. Un provvedimento, questo, reso ancora più urgente dalla crescente efficacia degli attacchi ucraini condotti con droni in profondità nel territorio della Federazione. A testimoniare la vulnerabilità del cuore del Paese, poche ore prima dell’anniversario un ordigno è esploso nelle vicinanze della stazione ferroviaria Savelovsky di Mosca: un attentato in cui ha perso la vita un agente di polizia stradale, rimasto ucciso insieme al presunto attentatore -5. Un episodio che il presidente russo non ha esitato a definire una conseguenza diretta del conflitto, accusando l’intelligence occidentale di coadiuvare Kiev in queste azioni. Parallelamente, per far fronte alle continue incursioni, il Cremlino ha firmato un decreto che richiamerà i riservisti per tutto il 2026, con il compito specifico di salvaguardare gli impianti più sensibili dagli attacchi nemici -4.

Zelensky e la resilienza di un popolo che non si è piegato

Di tutt’altro tenore il messaggio giunto da Kiev, dove il presidente Volodymyr Zelensky, in un videomessaggio diffuso nella ricorrenza, ha tracciato un bilancio netto di questi quattro anni. Putin, ha detto senza mezzi termini, ha fallito. Non è riuscito a spezzare gli ucraini, non ha conquistato il Paese e non ha vinto la guerra -3. Un’analisi che capovolge la prospettiva del Cremlino e che punta l’indice sulla resistenza di una nazione che, nonostante tutto, è ancora in grado di battersi. L’Ucraina, ha proseguito Zelensky, è pronta a fare tutto il necessario per raggiungere una pace giusta e duratura, ma non a costo di una resa. Mentre lui parlava, i riflettori internazionali restavano puntati sulla crisi diplomatica innescata dall’Ungheria, con Costa che, una volta giunto a Kiev, ha definito il veto di Budapest inaccettabile, assicurando che si farà di tutto per sbloccare la situazione e garantire all’Ucraina le risorse necessarie per sopravvivere a questo quarto inverno di guerra -3. Il braccio di ferro sull’oleodotto, intanto, tiene in scacco 90 miliardi di euro, mentre l’Europa cerca una mediazione che soddisfi Orbán senza tradire Kiev.

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