Israele due anni dopo: il paradosso di una potenza egemone ma isolata
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Redazione Esteri
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A due anni esatti dai letali attacchi che hanno scatenato il conflitto, i negoziatori tornano a riunirsi in Egitto con l’obiettivo, tanto complesso quanto urgente, di mediare una tregua attraverso un accordo sugli ostaggi e un ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza. Se, da un lato, Israele emerge da questo lungo periodo di guerra come la forza militare preminente nell’area, avendo consolidato la sua superiorità tattica con una serie di operazioni, dall’altro si trova a fare i conti con un progressivo, e forse più pericoloso, isolamento diplomatico. La stessa potenza di fuoco, della quale si sono viste le conseguenze, rischia di minare quel sostegno occidentale che per decenni ne ha garantito la sicurezza e la legittimità sullo scacchiere internazionale.
Una catastrofe umanitaria documentata
Le dimensioni della devastazione a Gaza sono state documentate da fonti locali in un rapporto che, in occasione di questo anniversario, parla di numeri che definiscono una catastrofe umanitaria: oltre 76.600 palestinesi risulterebbero uccisi o dispersi dall’inizio delle ostilità. Il rapporto, che descrive l’offensiva come un “genocidio in corso”, delinea un quadro di distruzione sistematica, reso possibile dallo sganciamento di duecentomila tonnellate di esplosivi sull’enclave, un dato che dà la misura di un’azione militare la cui intensità ha pochi precedenti recenti.
Un territorio irriconoscibile
Quella che era la Striscia di Gaza oggi, a osservare le immagini che circolano, appare un territorio irriconoscibile, con interi quartieri ridotti a distese di macerie. L’infrastruttura civile, che già versava in condizioni critiche a causa dell’assedio prolungato, è stata cancellata, lasciando la popolazione, stremata da due anni di bombardamenti, senza ripari essenziali né servizi di base. La ricostruzione, quando e se potrà iniziare, dovrà fare i conti con una ferita profonda nel tessuto urbano e sociale.
Le reazioni della sfera pubblica
In questo contesto, le reazioni nella sfera pubblica non sono mancate, sebbene spesso affrontate con toni polemici. Il filosofo Massimo Cacciari, ad esempio, ha recentemente definito “di un’enorme volgarità intellettuale” gli attacchi rivolti a chi partecipa alle manifestazioni di solidarietà per Gaza. Secondo la sua analisi, quelle piazze mondiali rappresenterebbero un segnale straordinario di allarme di fronte a un “crollo dichiarato dei valori”, un tentativo di richiamare l’attenzione sull’orlo di un abisso, più che una mera presa di posizione politica. Un grido che, a suo dire, alcuni governi avrebbero banalizzato, sottovalutandone la portata profonda.




