L’accordo di Lucerna e il conto salato per Netanyahu: Israele si scopre isolata
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Redazione Esteri
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Israele s’è risvegliata con il peso di una sconfitta che, a giudicare dei primi commenti degli osservatori più vicini ai vertici militari e politici, assume i contorni di una débâcle strategica di non facile soluzione per il governo guidato da Benjamin Netanyahu. L’intesa siglata tra Stati Uniti e Iran, che verrà formalizzata domani a Lucerna, rappresenta un tornante drammatico per il premier israeliano, il quale si trova ora a dover fare i conti con una realtà che ne ridimensiona pesantemente l’azione di forza fin qui dispiegata nel quadrante mediorientale.
La sensazione, diffusa tra i commentatori della stampa nazionale, è che Tel Aviv abbia assistito passivamente a un accordo che premia la diplomazia americana a discapito delle posizioni di intransigenza sostenute da Netanyahu, le quali, peraltro, avevano trovato ampio credito negli ultimi anni proprio nella convinzione che la pressione militare e l'isolamento dell'Iran fossero l'unica via percorribile per garantire la sicurezza dello Stato ebraico.
Yaakov Amidror, già consigliere per la sicurezza nazionale e figura di spicco nell’establishment della difesa, non usa mezzi termini nel definire l’operato dell’amministrazione statunitense: il patto, a suo avviso, è "pessimo", poiché gli americani sborsano contanti in cambio di un impegno che, nella migliore delle ipotesi, equivale a una semplice "lettera d’intenti". Un giudizio, questo, che stride con l’entusiasmo mostrato da Donald Trump, ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, il quale ha invece accolto l’intesa come un successo personale della sua politica estera.
E se il presidente americano rivendica i frutti di un negoziato che allontana lo spettro di un conflitto su larga scala, nel governo israeliano serpeggia invece un profondo senso di amarezza, acuito dal fatto che il premier si trovi a gestire la crisi a pochi mesi da un appuntamento elettorale che si preannuncia già di per sé complesso, viste le tensioni interne alla sua stessa maggioranza e le pressioni crescenti degli alleati di estrema destra, con i quali il rapporto appare ormai logoro e sull’orlo della rottura.
La "capitolazione catastrofica" che scuote i vertici di Gerusalemme
A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato David Horovitz, direttore del Times of Israel, il quale ha confezionato un editoriale dal titolo quanto mai eloquente – "una capitolazione catastrofica" – che sintetizza lo stato d’animo di quanti vedono in questo accordo non già un passo verso la distensione, bensì un cedimento inaccettabile di fronte a un regime che, nonostante le sanzioni e le operazioni militari mirate, non ha mai realmente rinunciato alle proprie ambizioni nucleari.
Horovitz, del resto, non è un osservatore marginale, ma una voce autorevole che riflette il pensiero di quella fetta dell’opinione pubblica israeliana per la quale la sicurezza nazionale passa attraverso il mantenimento di una superiorità strategica indiscussa, un principio che l’intesa di Lucerna rischia di vanificare.
È in questo clima di accusa reciproca che Netanyahu si trova stretto tra l’incudine delle pressioni internazionali e il martello delle richieste dei suoi stessi ministri, i quali non esiterebbero a far cadere l’esecutivo qualora il premier dovesse mostrare ulteriori segni di flessibilità verso Washington; una prospettiva, quest’ultima, che potrebbe anticipare la fine anticipata della legislatura e consegnare il paese a una fase di profonda instabilità politica.
Tuttavia, a rendere la situazione ancora più intricata è l’analisi che emerge dal fronte settentrionale, dove Hezbollah, nonostante le pesanti perdite subite durante il recente conflitto, non è affatto uscito di scena, anzi. Sarit Zehavi, direttrice dell’Alma Center, un istituto di ricerca specializzato sulle sfide alla sicurezza lungo il confine con il Libano, sottolinea come l’organizzazione sciita abbia visto erodere una parte consistente del proprio arsenale e delle proprie capacità operative, ma ciò non è bastato a decretarne la sconfitta.
Al contrario, il movimento guidato da Hassan Nasrallah si sta riorganizzando con sorprendente rapidità, adattandosi al nuovo contesto e ricostituendo quelle strutture di comando e controllo che erano state danneggiate dai raid israeliani; una resilienza, quella di Hezbollah, che rappresenta un monito costante per lo Stato ebraico, il quale si trova a dover fronteggiare un nemico che, seppur indebolito, conserva un potenziale offensivo tale da condizionare le scelte strategiche di Gerusalemme in qualunque momento.
Il ritratto di un isolamento: Netanyahu fuori sincrono con Trump
Proprio mentre i dettagli dei quattordici punti dell’accordo venivano resi noti, e le immagini di Trump e del presidente iraniano Pezeshkian intenti a firmare il documento facevano il giro del mondo, le dichiarazioni rilasciate da Netanyahu nelle settimane precedenti hanno assunto il sapore di un monito inascoltato.
Il premier israeliano, infatti, non aveva mai nascosto le proprie perplessità circa un approccio negoziale che lasciasse spazio a concessioni nei confronti di Teheran, e in più di un’occasione aveva ribadito, con quel tono solenne che lo contraddistingue, che il dito era sul grilletto, quasi a voler significare che la prontezza militare di Israele sarebbe stata l’unica risposta credibile a ogni tentativo di accordo che non prevedesse lo smantellamento completo del programma nucleare iraniano.
Eppure, nonostante la consuetudine di rapporti lunghi e consolidati con l’inquilino della Casa Bianca, Netanyahu ha dovuto prendere atto che le visioni strategiche tra i due leader sono oggi marcatamente divergenti, tanto da indurlo ad ammettere, durante l’ultima conferenza stampa, che "le nostre posizioni divergono", un’ammissione di rottura che suona come una sconfessione della linea dura che egli stesso aveva contribuito a forgiare negli anni precedenti.
La divergenza tra Tel Aviv e Washington, peraltro, non riguarda soltanto i toni o le tempistiche, ma tocca il cuore stesso della dottrina di sicurezza israeliana, che ha sempre considerato l’opzione militare come l’ultima, ma irrinunciabile, barriera contro l’acquisizione dell’atomica da parte di un paese ostile.
L’accordo di Lucerna, invece, sposta l’asse su un piano prettamente diplomatico, affidando a verifiche e ispezioni la garanzia del rispetto degli impegni assunti dall’Iran, il che, agli occhi di molti esperti israeliani, rappresenta una scommessa azzardata considerata la tradizionale opacità del regime degli ayatollah.
In questo senso, la critica di Amidror e la riflessione amara di Horovitz non sono che la punta di un iceberg fatto di inquietudine, che attraversa trasversalmente le istituzioni e le forze armate, dove si teme che l’effetto deterrente di Israele possa essere seriamente compromesso, vanificando anni di operazioni segrete e di pressioni diplomatiche che avevano almeno rallentato il programma nucleare iraniano.
Ciò che appare ormai chiaro è che Netanyahu, dopo aver puntato tutto sulla carta della fermezza e del confronto diretto, si ritrova ora a dover gestire una realtà nella quale il suo principale alleato ha deciso di percorrere una strada diametralmente opposta, lasciandolo politicamente esposto e con il fiato sul collo di una coalizione di governo che potrebbe non sopravvivere a lungo a questa prova di forza.
L’intesa di Lucerna, dunque, non è soltanto un documento internazionale, ma il catalizzatore di una crisi politica interna che rischia di travolgere il primo ministro proprio nel momento in cui il paese avrebbe bisogno di maggiore coesione, e se è vero che il conflitto con Hezbollah ha dimostrato la capacità di Israele di infliggere colpi durissimi ai propri nemici, è altrettanto vero che la guerra non ha risolto il problema alla radice, anzi, ha contribuito a creare un vuoto che ora l’accordo con l’Iran rischia di riempire con una presenza diplomatica che Gerusalemme fatica a considerare
Amica.




