Iran, Araghchi minaccia ritorsioni contro chi assiste gli Usa. Tredicesima notte di raid

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione in Medio Oriente non accenna a diminuire, anzi, le ultime dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi hanno introdotto un ulteriore elemento di preoccupazione nel quadro già complesso dello scontro tra Teheran e Washington.

Durante un discorso tenuto in Kirghizistan, in occasione di una riunione dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un avvertimento preciso e minaccioso: qualsiasi nazione che decida di offrire il proprio sostegno agli Stati Uniti, sia esso sotto forma di partecipazione diretta, collaborazione o anche solo assistenza logistica, sarà considerata corresponsabile e dovrà fare i conti con le ritorsioni dell'Iran.

Un messaggio che mira chiaramente a dissuadere eventuali alleati dell'amministrazione Trump dal fornire appoggio nelle operazioni militari in corso, allargando di fatto il raggio d'azione del conflitto anche a chi fino a ora è rimasto ai margini.

Il monito di Teheran e le basi giuridiche dell'autodifesa

Le parole di Araghchi non sono certo cadute nel vuoto, considerato il momento storico particolarmente delicato. "Qualsiasi partecipazione, cooperazione o assistenza nella commissione di un'aggressione contro l'Iran comporterà la responsabilità internazionale delle parti coinvolte", ha ribadito il ministro, sottolineando come Teheran si riservi il diritto di agire nell'ambito della legittima autodifesa.

Questa posizione, che si basa su un'interpretazione estensiva del diritto internazionale, trasforma di fatto ogni Paese che abbia rapporti di cooperazione con gli Stati Uniti in un potenziale bersaglio, creando un clima di diffusa incertezza che rischia di avere pesanti ripercussioni sugli equilibri diplomatici dell'intera regione.

Tredicesima notte consecutiva di attacchi statunitensi

Mentre il ministro iraniano parlava, sul terreno le operazioni militari proseguivano senza sosta. Il Comando Centrale delle Forze Armate statunitensi (Centcom) ha confermato il completamento della tredicesima notte consecutiva di raid contro obiettivi militari in territorio iraniano, un'offensiva che non accenna a rallentare nonostante le crescenti tensioni internazionali.

Le operazioni, scattate con il chiaro intento di ridurre la capacità operativa del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), hanno preso di mira centri di comando, depositi di droni e missili, reti di comunicazione e sistemi di difesa costiera, con l'obiettivo dichiarato di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, una delle arterie vitali per il commercio mondiale del petrolio.

L'offensiva degli Houthi e il petrolio a 100 dollari

A innescare l'ultima, pericolosa, escalation è stato l'attacco dei ribelli Houthi dello Yemen, storici alleati di Teheran, contro due petroliere saudite nel Mar Rosso. Le navi, identificate come "Encelia" e "Layla", sono state colpite con missili e droni, un'operazione che i ribelli hanno giustificato come risposta al blocco navale imposto dall'Arabia Saudita e come parte di una più ampia strategia di pressione economica.

Questo attacco, che ha preso di mira una via d'acqua cruciale come lo stretto di Bab el-Mandeb, ha immediatamente fatto impennare il prezzo del greggio, con il Brent che ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, alimentando il timore di una "doppia strozzatura" per le rotte energetiche globali, con Hormuz e il Mar Rosso entrambi caldi.

Il rischio di un allargamento del fronte bellico

La situazione, insomma, appare sempre più fluida e pericolosa. La minaccia di Araghchi di allargare le ritorsioni a eventuali "assistenti" degli Stati Uniti si somma agli attacchi sul campo e alla crescente instabilità delle rotte marittime. L'Iran, che secondo le fonti avrebbe già respinto una proposta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti tramite il premier iracheno, non sembra intenzionato a cedere, così come Washington prosegue nella sua campagna di pressione militare.

Il tutto in un contesto in cui gli Stati Uniti mantengono un consistente dispiegamento di forze in Medio Oriente, con oltre 50.000 militari in stato di massima allerta, e il confine tra un conflitto a fuoco e una crisi diplomatica globale diventa ogni giorno più labile.

L'ombra della guerra si allunga sull'Ucraina

Mentre lo sguardo del mondo è concentrato sul confronto tra Iran e Stati Uniti, il conflitto in Ucraina non accenna a placarsi, aggiungendo un ulteriore, doloroso, tassello a un quadro internazionale già fortemente segnato dalla violenza. Il 23 luglio 2026, nella città di Zaporizhzhia, un attacco aereo russo ha colpito un centro medico privato situato in una zona residenziale, causando danni ingenti e ferendo almeno 15 persone secondo quanto riportato dalle autorità locali.

Le bombe guidate hanno devastato l'edificio, costringendo i soccorritori a intervenire tra le macerie in un'operazione complessa e delicata. Le immagini diffuse mostrano la furia distruttiva del bombardamento, con i vigili del fuoco al lavoro per domare le fiamme e mettere in sicurezza l'area, mentre la popolazione locale, già provata da oltre quattro anni di guerra, vive un ulteriore dramma.

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