Guerra Ucraina-Russia, l’indifferenza globale e le crepe nella coalizione di chi sostiene kyiv

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una stanchezza che avvolge il conflitto tra Russia e Ucraina come una coltre densa, quasi irrespirabile. A quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala – che Mosca stessa ha scatenato, non si stancano di ripetere gli analisti – il fronte militare appare inchiodato, ma è soprattutto quello politico e mediatico a mostrare segni di cedimento strutturale. La Russia, infatti, non sembra in grado di trovare una via d’uscita onorevole da quel groviglio di interessi e perdite umane che lei stessa ha contribuito a creare; dall’altra parte, l’Ucraina oppone una resistenza ostinata, pagando sacrifici immani pur di preservare la propria integrità territoriale. Eppure, nonostante l’evidenza di una guerra che non accenna a risolversi, il resto del mondo pare aver alzato il volume dell’indifferenza, quasi che il conflitto fosse diventato un sottofondo noioso piuttosto che una ferita aperta.

A complicare ulteriormente il quadro, arrivano segnali di disgelo interno alla stessa alleanza che fino a ieri sembrava compatta nel sostegno a kyiv. L’ambasciatrice americana facente funzione in Ucraina, Julie Davis – la quale ricopre il ruolo di incaricata d’affari ad interim presso l’ambasciata a Kiev dallo scorso maggio – lascerà il proprio posto nelle prossime settimane. Secondo quanto riportato dal Financial Times, che cita fonti vicine alla vicenda, Davis sarebbe profondamente frustrata dal proprio incarico a causa di divergenze insanabili con Donald Trump, tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, riguardo ai margini del sostegno da garantire all’Ucraina. La sua partenza, va notato, segue quella del predecessore, che aveva lasciato per analoghi motivi senza che Washington intervenisse a ricucire lo strappo.

La mossa legale di Slovacchia e il precedente ungherese

Non solo Washington, però, sta mostrando crepe visibili. Sul fronte europeo, Bratislava ha confermato di aver formalmente avviato un procedimento dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, con sede a Lussemburgo, contro il divieto di importare gas dalla Russia. Un provvedimento, quest’ultimo, che dovrebbe entrare in vigore a partire dall’anno venturo in tutti i Paesi membri. Lo riporta il Kyiv Independent, spiegando che la Slovacchia ha depositato il ricorso lo scorso 24 aprile; lo ha dichiarato al media ucraino la portavoce del Ministero della Giustizia slovacco, Barbara Skulova. Si tratta di un contenzioso che fa il paio con un’azione simile già intrapresa dal governo ungherese, sebbene a Budapest gli equilibri siano cambiati: con il nuovo esecutivo guidato da Peter Magyar, infatti, non è ancora chiaro se il ricorso verrà mantenuto, ritirato o trasformato in una più blanda contestazione politica.

L’analisi senza illusioni di un ex ministro degli Esteri

In questo clima di attesa stanca e di tradimenti annunciati, le parole di chi ha guidato la diplomazia ucraina assumono il sapore di un freddo realismo. Dmytro Kuleba, ex ministro degli Esteri, ha rilasciato un’intervista esclusiva al Kyiv Independent in cui dipinge un quadro volutamente privo di facili ottimismi. «Il 2026 sarà un altro anno in cui l’Ucraina dovrà sopravvivere», ha dichiarato, spiegando che, intrappolata tra la guerra sul proprio territorio – una guerra che la Russia non smette di alimentare – e le crescenti turbolenze geopolitiche che agitano i suoi alleati, è improbabile che si possa assistere a una svolta significativa nel breve termine. Né Trump né Putin, ha lasciato intendere, possono imporre una “loro” pace senza che questo equivalga a una resa mascherata. La partita, insomma, resta tutta in bilico, sospesa tra l’indifferenza di chi è stanco di guardare e l’incapacità di chi combatte di mollare la presa.

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