Un anno di Trump 2.0: la scossa globale e le crepe interne
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Redazione Esteri
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Il secondo mandato di Donald Trump, inaugurato nel 2025 a seguito di una vittoria elettorale netta, ha impresso un’accelerazione radicale alla politica interna e internazionale degli Stati Uniti, tracciando in pochi mesi una geografia del potere dalle tinte forti e spesso spiazzanti. Il presidente, che ha fatto del pragmatismo spregiudicato e della rottura sistematica il proprio marchio, ha infatti condotto una diplomazia itinerante e personale, stringendo – non senza toni ultimativi – accordi commerciali e di sicurezza che hanno ridisegnato alleanze consolidate. Questa attività frenetica, che ha visto tra i suoi effetti più immediati un parziale riavvicinamento alla Russia e una ridefinizione degli impegni militari americani in Europa, ha proceduto di pari passo con l’attuazione di quelle promesse che avevano infiammato la campagna elettorale: una stretta feroce sull’immigrazione, portata avanti con mezzi eccezionali, e una dichiarata battaglia contro quelle strutture dello Stato profondo considerate avversarie.
La frattura domestica e il ruolo delle istituzioni
Proprio l’approccio risoluto, per non dire brutale, su temi come il controllo dei confini e l’ordine pubblico ha però acuito le divisioni profonde che lacerano il Paese, creando una situazione di tensione permanente che alcuni osservatori hanno definito, non a torto, simile a una guerra civile strisciante. La retorica presidenziale, incentrata sulla lotta a un “nemico interno” identificato nella criminalità e nei flussi migratori illegali, è arrivata a concretizzarsi, lo scorso settembre, in un esplicito richiamo ai vertici del Pentagono per un impiego delle forze armate in compiti di polizia interna. Una mossa che ha sollevato un vespaio di polemiche costituzionali, poi placate solo dall’intervento della Corte Suprema, la quale, in una sentenza dello scorso dicembre, ha ribadito come l’utilizzo dell’esercito o della Guardia nazionale per tali funzioni rappresenti un’eccezione e richieda una base legale inequivocabile, ponendo un argine giurisdizionale a derive autoritarie.
Lo scenario internazionale riconfigurato
Sul piano globale, l’azione dell’amministrazione Trump ha prodotto uno shock di portata storica, spingendo molti analisti a interrogarsi sul futuro stesso delle democrazie liberali. La strategia, che alcuni definiscono di “disimpegno negoziato”, si è manifestata attraverso il ritiro unilaterale da costosi accordi difensivi – salvo pretendere poi dagli alleati, in particolare europei, aumenti sostanziali delle spese militari da destinare all’acquisto di armamenti made in USA – e attraverso una serie di bracci di ferro commerciali condotti con metodi da ultimatum. Dall’America Latina all’Estremo Oriente, passando per il complicato scacchiere mediorientale e il conflitto in Ucraina, la diplomazia a colpi di tweet e di dazi ha imposto un nuovo realismo, spogliato di qualsiasi orpello ideologico, che ha costretto le cancellerie di tutto il mondo a rivedere rapidamente i propri calcoli.
Il banco di prova del 2026
Mentre l’agenda presidenziale continua a mietere successi in politica estera, seppure tra aspre critiche, il panorama domestico presenta ombre significative per la popolarità di Trump. I sondaggi, infatti, iniziano a registrare i primi segnali di calo, riflettendo forse la stanchezza di una parte dell’elettorato per lo stile perpetualmente conflittuale e le conseguenze sociali di alcune scelte. L’appuntamento con le elezioni di midterm del prossimo novembre si configura quindi come un test cruciale per misurare il consenso reale del presidente, un banco di prova che potrebbe consolidare o invece indebolire la sua capacità di manovra nel resto del mandato, in un Paese dove la polarizzazione sembra ormai divenuta l’unica grammatica politica possibile.




