Fmi, il Pil italiano arranca allo 0,5% e il debito resta un macigno: stop ai tagli generalizzati delle accise

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Da Washington, dove Donald Trump siede ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, arriva un nuovo cartellino giallo per l’Italia. Il Fondo Monetario Internazionale, al termine della consueta missione di vigilanza prevista dall’Articolo IV, ha consegnato al governo un rapporto che non lascia spazio a facili entusiasmi: l’economia italiana continua a crescere a ritmi troppo blandi, appesantita da un contesto internazionale sempre più complesso e da fragilità strutturali che non accennano a risolversi.

Nel 2025 il Prodotto Interno Lordo reale si è attestato su un magro +0,5%, e secondo le stime dell’istituto guidato da Kristalina Georgieva – che tengono conto degli effetti negativi della guerra in Medio Oriente – non si prevede un’inversione di tendenza né per l’anno in corso né per il 2027, con la crescita destinata a rimanere inchiodata allo stesso valore.

Debito pubblico ancora troppo elevato, serve una manovra correttiva

Il Fondo monetario riconosce, certo, i progressi compiuti dal governo sul fronte del consolidamento fiscale: il deficit si è ridotto al 3,1%, un risultato superiore alle attese, e l’avanzo primario ha toccato lo 0,8%. Tuttavia, e qui sta il nodo, tutto questo non è bastato a invertire la rotta di un debito pubblico che continua a rappresentare l’achille d’Italia.

Alla fine del 2025 il rapporto deficit/Pil è schizzato a circa il 137%, un livello considerato «elevato» e «vulnerabile» a qualsiasi shock, che sia una frenata della crescita, una variazione dei tassi d’interesse o una perdita di fiducia da parte dei mercati. Per questo motivo i tecnici del Fondo hanno raccomandato con insistenza un ulteriore sforzo fiscale, pari a circa l’1% del Pil nel biennio 2026-2027, da attuare ampliando la base imponibile e migliorando l’efficienza della spesa pubblica.

Il monito sulle accise: niente più sconti per tutti, servono aiuti mirati

Tra le pagine del rapporto, un capitolo a parte è dedicato alla gestione dell’emergenza energetica e, in particolare, alla misura che il governo ha ripetutamente utilizzato per tamponare i rincari dei carburanti. Il Fondo monetario, in questo affiancato a ruota dalla Banca centrale europea, bacchetta l’esecutivo per la scelta di ridurre in maniera generalizzata le accise su benzina e diesel. Una strategia, quella dello sconto lineare, che secondo l’istituzione internazionale rischia di bruciare risorse preziose senza proteggere chi ne ha davvero bisogno.

I tecnici di Washington sono stati chiari: il provvedimento «dovrebbe essere sostituito da trasferimenti in denaro mirati alle famiglie più vulnerabili». Qualsiasi intervento contro il caro-energia, sottolinea il Fmi, deve essere «neutrale dal punto di vista del bilancio, temporaneo, ben mirato e non deve vanificare gli incentivi alla riduzione dei consumi energetici». In altre parole, niente più «sconti per tutti», ma aiuti selettivi e a tempo determinato per i nuclei familiari e le imprese realmente in difficoltà.

Giorgetti rilancia: dialogo serrato con l’Ue, priorità alle famiglie

La reazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non si è fatta attendere. Pur prendendo atto delle raccomandazioni, il titolare del Mef ha ribadito la linea del governo: l’emergenza energia resta la priorità assoluta. In un confronto serrato con la Commissione europea, l’Italia sta cercando di ottenere la flessibilità di bilancio necessaria per finanziare misure di sostegno senza mettere a repentaglio i conti pubblici.

Le risorse, ha spiegato Giorgetti, verranno indirizzate in via prioritaria «alle platee più esposte» ai rincari, nel rispetto dei saldi di finanza pubblica. Una presa di posizione che, di fatto, recepisce gran parte delle indicazioni arrivate da Washington e da Francoforte, chiudendo la porta a nuovi interventi a pioggia sui carburanti. E sulle spese per la difesa – altro tema caldo del momento – il ministro ha voluto chiarire che lo strumento europeo Safe non è affatto un «costo zero», ma un meccanismo di prestiti che graverà comunque sulle casse dello Stato.

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