La legge elettorale arriva in Senato con il rebus preferenze (due opzioni per Meloni)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dovrebbe cominciare formalmente domani all’ora di pranzo l'iter della riforma della legge elettorale al Senato, dopo il via libera della Camera, eppure il condizionale, in questo caso, resta più che mai d’obbligo. Lo scivolone sulle preferenze che si è consumato a Montecitorio, dove l’emendamento presentato da Fratelli d'Italia e dai suoi alleati è stato bocciato per un solo voto, ha reso la maggioranza molto più cauta rispetto ai tempi e ai modi del proseguimento dell’esame.

In particolare la premier Giorgia Meloni si trova ora a dover gestire un delicato equilibrio, tanto che tra oggi e domani dovrebbe incontrare gli altri due leader di coalizione, ovvero Antonio Tajani e Matteo Salvini, per decidere quale strada imboccare tra le due opzioni che ha davanti.

Il bivio della premier: forzare la mano o blindare il testo

Meloni si trova di fronte a un dilemma che potrebbe determinare le sorti della riforma e la tenuta stessa della maggioranza. Da una parte c’è la possibilità di ritentare il blitz sulle preferenze, magari approfittando del fatto che al Senato, a differenza di quanto accaduto alla Camera, non è previsto il voto segreto. Dall'altra, la scelta più prudente sarebbe quella di lasciare le cose così come stanno, considerando il testo già approvato da Montecitorio come il punto di equilibrio raggiunto dalla coalizione e blindandolo per evitare ulteriori tensioni.

Per rimediare all'incidente della Camera, le opzioni sul tavolo sono sostanzialmente due: la prima è quella suggerita dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha parlato di un "intervento chirurgico" per inserire le preferenze, mentre la seconda è non toccare più nulla, accettando il rischio che le liste bloccate possano portare a futuri rilievi di costituzionalità.

Lo scontro politico e il ruolo delle opposizioni

Il clima politico resta teso e il passaggio al Senato si annuncia come un banco di prova non semplice per la maggioranza, con le opposizioni che già annunciano battaglia per contestare un impianto che definiscono "truffa" e "inemendabile". La strada del blitz sulle preferenze sarebbe una corsa contro il calendario, perché l'emendamento andrebbe approvato in commissione entro la prima settimana di agosto, ma le controindicazioni non mancano.

Da una parte, si prevede una levata di scudi delle opposizioni, che denuncerebbero una forzatura; dall'altra, si riaprirebbe un fronte nella maggioranza, con Lega e Forza Italia che vedrebbero ridursi il proprio margine di manovra, con il rischio concreto che, in Aula, i parlamentari di quei partiti possano finire per votare contro la legge elettorale a scrutinio palese.

Sull’altro fronte, il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, tiene alta la pressione e ha pubblicato un video che è tanto un appello quanto una provocazione per Meloni, invitandola a "tirare fuori gli attributi" e a non perdere l'occasione di restituire la sovranità al popolo attraverso le preferenze, offrendo il pieno supporto dei suoi "arditi futuristi".

I nodi costituzionali e le fragilità del testo

Al di là degli equilibri politici, la riforma, già ribattezzata "Stabilicum", presenta delle fragilità strutturali che potrebbero portarla dritta davanti alla Corte Costituzionale, con i primi ricorsi già annunciati. La legge prevede un proporzionale corretto da un premio di governabilità (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) per la coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere; ma se nessuno raggiunge la soglia, o se i due rami danno esiti divergenti, si torna al proporzionale puro.

L'abolizione dei collegi uninominali e il sistema delle liste bloccate sollevano interrogativi sul rapporto di rappresentanza garantito dagli articoli 48 e 67 della Costituzione, come già censurato dalla Corte nel 2014 sul "Porcellum". A ciò si aggiunge il nodo della parità di genere: il vincolo che limitava al 50% i capilista dello stesso genere è stato espunto dal testo, e quando le opposizioni lo hanno riproposto con un subemendamento, l'Aula lo ha respinto, sollevando un problema di conformità con l'articolo 51 della Costituzione.

Il Parlamento ha dunque il tempo e il dovere di scrivere regole che vincitori e vinti possano riconoscere come proprie, ma il clima attuale sembra più incline allo scontro che al dialogo.

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