David Byrne, a Milano lo show dell’ex Talking Heads: un musical sulla gioia nell’America di Trump
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Al Teatro degli Arcimboldi, dove è atteso per la replica di stasera prima di tornare in Italia per tre appuntamenti estivi, David Byrne ha messo in scena ciò che di più sofisticato e al contempo popolare si possa concepire sul palco. Il suo Who is the sky, Titolo che riprende l’ultimo lavoro in studio e che rappresenta l’evoluzione naturale di quell’Utopia portata a Broadway e poi in Italia otto anni fa, diventa un dispositivo scenico totale. Un organismo complesso, una macchina perfetta che però non deve sembrare tale, anzi, deve apparire come un gioco spontaneo, una sarabanda gioiosa e partecipata, costruita attorno alla figura di Byrne, perfetta simbiosi tra musica e performance.
L’artista scozzese, che di anni ne ha compiuti 73 e che sembra aver trovato l’elisir di lunga giovinezza proprio nella sperimentazione, si è presentato sul palco in completo blu da simil-operaio, conducendo una band di dodici elementi – tra musicisti e ballerini – che di tradizionale non ha nulla. La sezione ritmica non è ancorata a terra, ma si muove, si sposta, segue coreografie che scompongono e ricompongono il gruppo in un flusso continuo, con i ballerini che ogni tanto si mettono in fila dietro di lui, come fosse un moderno pifferaio di Hamelin. Lo spettacolo, visivamente magnetico, ha aperto con Heaven, un respiro profondo e minimale, subito seguito da brani capaci di accendere il ritmo e di trasportare il pubblico in una dimensione altra. E poi ci sono loro, i classici dei Talking Heads: This Must Be the Place, Life During Wartime, Once in a Lifetime, eseguiti senza alcuna nostalgia ma con una vitalità che sembra riscoprirli, reinterpretandoli alla luce di un presente che urge e preme.
La resistenza passa dall’amore e dalla gentilezza
Se il cuore pulsante dello show è rappresentato dai nuovi brani di Who is the sky?, un lavoro solare e ironico che Byrne attraversa con una leggerezza quasi filosofica, sono le incursioni nel repertorio più datato a creare cortocircuiti emotivi e intellettuali di notevole potenza. Durante l’esecuzione di Life During Wartime, brano del 1979 che raccontava la vita ai tempi della crisi, sugli schermi alle sue spalle scorrevano immagini di proteste contro il presidente Trump – tornato alla Casa Bianca –, operazioni dell’Ice e scenari di conflitto globale. Un accostamento che trasforma il celebre ritornello “This ain’t no party, this ain’t no disco” in un manifesto politico attualissimo, una constatazione amara ma non rassegnata. Byrne, tra un brano e l’altro, si concede riflessioni a voce alta, e parla di “amore e gentilezza” come di nuove forme di resistenza, le uniche armi, forse, per tenere duro in tempi tanto irrequieti. Lo ha fatto introducendo What Is the Reason for It?, canzone anticipata dalle immagini degli italiani sui balconi durante il lockdown, a testimoniare come la sua ricerca artistica sia costantemente intrecciata con l’osservazione del reale.
Scenografie digitali e ironia: da *Make America Gay Again* alla cover di *Hard Times*
La dimensione visiva dello spettacolo merita un capitolo a parte. Le scenografie digitali che avvolgono il palco passano con disinvoltura da paesaggi naturali a slogan ironici e pungenti, come quel “Make America Gay Again” comparso durante T-Shirt, il brano scritto a quattro mani con Brian Eno. Non c’è spazio per la propaganda, né per la disperazione. Al loro posto, Byrne semina domande, lancia provocazioni intellettuali che lasciano allo spettatore il compito di elaborare una risposta, se esiste. Tra i momenti più sorprendenti della serata, la cover di Hard Times dei Paramore, la band punk-pop amatissima dalla Generazione Z. Trasformata in un funk sghembo e personalissimo, la canzone diventa un omaggio alla loro frontwoman Hayley Williams, presente anche nel disco, e dimostra come il linguaggio di Byrne sappia dialogare con le nuove generazioni senza mai scadere nella ricerca a tutti i costi del giovane pubblico. La sua è una vulnerabilità disarmante, quella che rende ogni movimento credibile e autentico.
*Psycho Killer* e il bisogno di comunità
Non poteva mancare, in scaletta, il recupero di Psycho Killer, brano che mancava dai suoi concerti da quasi vent’anni e che qui viene riproposto in tutta la sua potenza granitica. La linea di basso, quel celebre “fa-fa-fa-fa-fa-fa” cantato a squarciagola dal pubblico, diventa il pretesto per esplorare la mente di un assassino, ma anche, in qualche modo, per esorcizzare le paure collettive. La seconda metà del concerto è una scarica elettrica che culmina con la scioccante Burning Down the House, accompagnata da luci arancioni che incendiano il palco. Più che un ritorno al passato, quella di Byrne è una dimostrazione di presente assoluto. L’ex Talking Heads non celebra sé stesso, ma l’idea stessa di stare insieme, di condividere uno spazio e un tempo. In un’epoca di profonde divisioni e incertezze politiche, la sua utopia danzante risuona come un atto radicale, un gesto di fiducia irriducibile nei confronti di un mondo migliore, anche se per sole due ore, tra le poltrone di un teatro milanese.
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