David Byrne, il genio inquieto che ha cambiato il linguaggio del pop: trionfo a Bari per il tour “Who is the sky?”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel vedere che, a settantaquattro anni, David Byrne continui a comportarsi come un artista che non ha alcuna intenzione di vivere di rendita. In un’epoca in cui molti grandi nomi del rock sembrano impegnati a custodire il proprio passato, l’ex frontman dei Talking Heads continua invece a immaginare il futuro, confermandosi come uno degli ultimi veri architetti della performance dal vivo.

Il suo “Who Is the Sky?” tour, che ha fatto tappa in Italia con tre date esclusive, rappresenta l’ennesima prova di una carriera costruita sull’innovazione e sulla capacità di sorprendere, un viaggio che ha preso il via dalla scena newyorkese della metà degli anni Settanta per attraversare mezzo secolo di musica senza mai perdere la sua inconfondibile cifra stilistica.

Uno spettacolo che riscrive le regole del concerto

L’edizione 2026 del Locus Festival si è aperta con l’unica data nel Sud Italia di David Byrne, andata in scena alla Fiera del Levante di Bari, e lo spettacolo non ha tradito le aspettative.

La produzione propone una disposizione rivoluzionaria e affascinante di musicisti e danzatori: sul palco, gli strumentisti si muovono con gli strumenti letteralmente addosso – comprese percussioni e tastiere – lasciando lo spazio scenico essenziale e privo di elementi superflui, mentre alle loro spalle tre grandi pannelli LED accompagnano ogni brano con immagini e suggestioni visive strettamente legate ai temi delle canzoni.

Tutti i protagonisti dello show indossano una divisa comune, composta da maglietta e pantaloni arancioni, un’apparente uniformità che viene però spezzata dalla personalità e dal talento di ciascuno, in una narrazione scenica perfettamente orchestrata.

Un viaggio tra capolavori e nuove visioni

L’apertura è affidata a “Heaven”, tratta dal terzo album dei Talking Heads, e il brano introduce immediatamente il tema centrale dello spettacolo: il nostro mondo – che Byrne definisce “l’unico che abbiamo” – e il rapporto che intratteniamo con esso, con la consapevolezza che servono cuore, intelligenza e una responsabilità collettiva per preservarlo.

L’immagine della Terra vista dallo spazio domina gli schermi prima dell’esecuzione di “Everybody Laughs”, tratta dall’album solista “Who Is the Sky?” del 2025, al centro del tour attuale, per poi tornare al repertorio dei Talking Heads con “And She Was”, quando ormai è chiara la dinamica dello spettacolo: i musicisti cambiano continuamente posizione, occupando ogni angolo del palco e intrecciandosi con i movimenti dei danzatori, in uno spettacolo coinvolgente, elegante e sorprendentemente accessibile.

Ironia, riflessione e un legame speciale con il pubblico

Byrne dedica un momento speciale alla città di Bari, mostrando due fotografie scattate poco prima del concerto – una spiaggia affollata di bagnanti e ombrelloni e il Castello Svevo – e “T Shirt”, pubblicata su singolo nel 2025, offre spunti di riflessione ironici e intelligenti grazie alla sequenza di loghi “da maglietta” proiettati sugli schermi, tra cui spicca una scritta “I Love Bari” che viene accolta con entusiasmo dal pubblico.

Arrivano poi due classici dei Talking Heads, “(Nothing But) Flowers” e “This Must Be the Place (Naive Melody)”, durante la quale una delle danzatrici attraversa il palco riprendendo musicisti e performer con una telecamera portatile, le cui immagini vengono proiettate in tempo reale sugli schermi, mentre la nuova “What Is the Reason for It? ” dialoga idealmente con “Like Humans Do”, per poi lasciare spazio alla recente “When We Are Singing”, accompagnata da immagini che richiamano il periodo della pandemia in Italia, con balconi, finestre e persone che cantano insieme per sentirsi meno sole.

Un finale che diventa festa collettiva

La parentesi dedicata alla produzione solista si chiude con “Independence Day”, tratta da “Rei Momo” del 1989, prima di tornare al repertorio dei Talking Heads con “Slippery People”, dall’album “Speaking in Tongues” del 1983. “I Met the Buddha at a Downtown Party” e “My Apartment Is My Friend” conducono gli spettatori nell’universo domestico e personale di Byrne, che attraverso immagini della sua casa newyorchese riflette sui giorni vissuti durante la pandemia.

Ma è “Life During Wartime” a trasformare definitivamente il concerto in una festa collettiva: il pubblico abbandona le sedie e si riversa sotto il palco, e quando risuonano le prime note di “Once in a Lifetime”, nessuno riesce più a trattenere la gioia, con lo stesso Byrne che osserva stupito e sorridente i propri musicisti e la platea in festa.

L’attesa per il bis dura appena pochi istanti, e una lampadina che scende lentamente dall’alto introduce “Everybody’s Coming to My House”, in uno dei momenti più intimi e significativi della serata, prima dell’immancabile e irresistibile “Burning Down the House”, cantata e vissuta dal pubblico con totale partecipazione.

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