Hantavirus, il focolaio sulla nave da crociera si allarga a due nuovi paesi: Svizzera e Olanda sotto monitoraggio
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Redazione Esteri
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Non passano giorno senza che la mappa dei contagi legati all’epidemia di hantavirus – con ogni probabilità il letale ceppo Andes, quello capace di trasmettersi da uomo a uomo – si allarghi a nuove capitali europee. Dopo la conferma del decesso di tre passeggeri a bordo della Mv Hondius, battente bandiera olandese, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto prendere atto di un’estensione geografica del focolaio che adesso tocca la Svizzera e i Paesi Bassi, con quest’ultimi che si trovano a gestire un caso di contagio avvenuto non più sulla nave in quarantena nell’Atlantico, ma su un volo di linea internazionale. L’elemento che maggiormente complica le attività di contact tracing, come spesso accade in queste dinamiche di trasmissione, è lo spostamento dei passeggeri verso decine di paesi diversi prima ancora che i sintomi – e quindi il pericolo – si manifestassero chiaramente.
Il nuovo paziente in Svizzera e l’assistente di volo positive in Olanda
Le autorità sanitarie elvetiche hanno dovuto attivare i protocolli d’emergenza dopo aver riscontrato un caso positivo in un soggetto di rientro dalla crociera, attualmente ricoverato in un nosocomio di Zurigo, mentre l’Olanda si trova a fronteggiare una situazione forse ancora più delicata dal punto di vista epidemiologico. In questo caso, infatti, il contagio non riguarda un turista a bordo della Mv Hondius, bensì un’assistente di volo della Klm, la quale ha iniziato a manifestare sintomi lievi ma compatibili con l’infezione subito dopo essere venuta a contatto, come confermato da un portavoce del ministero della Salute dei Paesi Bassi, con una delle passeggere decedute. La dinamica dell’accaduto getta una luce inquietante sulla catena logistica del contagio: la donna di 69 anni, che faceva coppia con il primo passeggero deceduto l’11 aprile a bordo, era sbarcata a Sant’Elena e aveva tentato di proseguire il viaggio proprio su quel volo diretto ad Amsterdam. Giudicata dall’equipaggio troppo malata per volare, era stata fatta scendere e aveva incontrato la morte il giorno successivo, il 26 aprile, in un pronto soccorso di Johannesburg, non prima però di aver forse innescato la scintilla del contagio all’interno della cabina dell’aereo.
L’incognita del periodo di incubazione e il ruolo dell’Argentina come epicentro silenzioso
A rendere ancora più fumosa la ricostruzione degli investigatori argentini – i quali seguono la pista più classica della storia delle pandemie moderne – è il lunghissimo periodo di incubazione del virus Andes, che può arrivare a richiedere fino a otto settimane prima di manifestare i sintomi. Per questo motivo, nonostante la Mv Hondius sia salpata da Ushuaia lo scorso 1° aprile, l’attenzione degli epidemiologi si è concentrata sull’ipotesi di una coppia di turisti provenienti dall’Olanda (lui 70 anni, lei 69) che aveva trascorso mesi interi viaggiando on the road in Sudamerica prima dell’imbarco. Si sospetta, secondo una ricostruzione ancora non ufficialmente validata ma ritenuta altamente probabile dall’agenzia delle Nazioni Unite, che i due abbiano contratto il virus durante un’escursione di birdwatching nei boschi della Patagonia, magari visitando una discarica o i terreni accidentati che cingono Ushuaia dove i roditori selvatici – i veri reservoir dell’infezione – trovano facilmente cibo e riparo. Il fatto che la provincia di Tierra del Fuego non avesse mai registrato, prima d’ora, nemmeno un caso di questa malattia rara potrebbe significare due cose: o il virus è arrivato solo ora spinto dai cambiamenti climatici (con l’Argentina che ha registrato un aumento record di contagi e una letalità schizzata al 31%), oppure il virus era già lì, silenzioso, in attesa del veicolo umano giusto per fare il salto intercontinentale.
La risposta dell’Oms e la gestione dei contatti internazionali
Proprio mentre si diffondevano le notizie relative ai nuovi casi extra-nave, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato da Ginevra di placare il timore di un’esplosione epidemica simile a quella del Covid-19, ricordando come la trasmissione interumana di questo ceppo sia possibile ma richieda contatti ripetuti e molto ravvicinati. Attualmente il bilancio aggiornato parla di almeno otto persone risultate positive ai test di laboratorio, ma la vera partita si gioca nel tracciamento delle rotte aeree e marittime. L’assistente di volo ricoverata ad Amsterdam, infatti, rappresenta la prova che il pericolo ha ormai valicato i confini della stiva della nave, insinuandosi negli aeroporti e forse nei flussi turistici verso i cinque continenti. Le autorità di sanità marittima, di concerto con i vari ministeri, stanno tentando di ricostruire gli elenchi dei passeggeri che hanno condiviso il volo con la donna deceduta, un’operazione mastodontica che coinvolge decine di cittadini di nazionalità diverse e che potrebbe riservare ancora altre sorprese nei prossimi giorni. Nel frattempo, la Mv Hondius procede a vista verso le Canarie, con alcuni malati ancora a bordo e con lo spettro di una contaminazione ambientale che impone la sanificazione integrale dello scafo prima di qualsiasi nuovo sbarco.




