Leone XIV in camerun: la pace non è uno slogan, e il futuro degli orfani è più grande delle loro ferite

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ha lasciato l’Algeria dopo aver pregato nella Grande Moschea e reso omaggio ai martiri del “Decennio nero”, per poi volare verso il cuore pulsante dell’Africa centrale, dove la fragilità politica si mescola a una fede talvolta ostinata. È iniziata mercoledì la seconda tappa del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, un’assenza dalla Santa Sede che si protrarrà per undici giorni – il terzo del suo pontificato e il secondo del 2026 – attraversando quattro Stati (Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale) che, seppur geograficamente vicini, rappresentano mondi economici e sociali agli antipodi. Lasciata la capitale algerina, il Pontefice è atterrato a Yaoundé, accolto dal primo ministro e dal nunzio apostolico, per immergersi immediatamente in un contesto, quello camerunense, dove la tensione nella regione anglofona rischia di offuscare la resilienza di una popolazione giovanissima.

Un servitore del dialogo di fronte alle disuguaglianze

Nel discorso tenuto alle autorità riunite nella capitale, Leone XIV ha voluto chiarire fin da subito il tenore della sua missione, lontana da qualunque formalismo diplomatico. “Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace”, ha affermato Prevost, precisando che la pace, quella vera, “non è uno slogan né può essere fondata su minacce e armi”. Un passaggio, quest’ultimo, che riecheggia le parole già pronunciate ad Algeri, dove aveva invitato i potenti a non dominare i popoli ma a servirli, un concetto che trova terreno particolarmente arido in quelle nazioni africane dove le disuguaglianze sociali, alimentate da un controllo ferreo delle risorse, sono sotto gli occhi di tutti. Il Camerun, come del resto l’Angola e la Guinea Equatoriale che visiterà nei prossimi giorni, rappresenta per il Papa agostiniano un banco di prova cruciale: da un lato l’incontro con le élite politiche, dall’altro l’abbraccio a quelle “periferie esistenziali” che il cardinale Parolin aveva indicato come il filo rosso di questo viaggio.

La forza di Dio tra i banchi dell’orfanotrofio

A conclusione della prima giornata camerunense, però, Leone XIV ha voluto lasciare da parte il protocollo per recarsi al villaggio “Ngul Zamba”, un nome che nella lingua locale significa letteralmente “La Forza di Dio”. Qui, tra i muri di una struttura che ospita una sessantina di bambini dai 3 ai 20 anni, l’atmosfera era diametralmente opposta a quella, algida, dei palazzi presidenziali. Non c’era auto-commiserazione nel canto che i piccoli hanno dedicato al Pontefice, ma una speranza quasi disarmante: “Non siamo orfani… Noi siamo figli di Dio… La Chiesa è la nostra famiglia… Il Santo Padre è nostro padre”. Parole che scolpiscono una verità teologica in un contesto di abbandono materiale, e alle quali il Papa ha risposto con un messaggio diretto, consegnato quasi come una reliquia affidata al loro avvenire: “Il vostro futuro è più grande delle vostre ferite”. Una frase che, nel silenzio della struttura, ha agito come una carezza sulla schiena, restituendo dignità a chi spesso viene definito solo per la propria mancanza.

Dalla diplomazia alla tenerezza, il viaggio nel segno di Agostino

Mentre il seguito papale si prepara per gli impegni dei prossimi giorni – che lo vedranno spostarsi tra Douala e la martoriata Bamenda, dove guiderà un incontro per la pace – resta impressa l’immagine di un papato che sembra aver scelto la via dell’incarnazione geografica. L’Algeria, patria di Sant’Agostino, ha offerto al Papa (frate agostiniano) la possibilità di riannodare i fili di un dialogo interreligioso fondamentale, mentre il Camerun lo sta trasformando nel testimone di una fede che resiste nonostante le macerie dei conflitti interni dimenticati dall’Occidente. Domani il volo verso l’Angola e poi l’ultima tappa in Guinea Equatoriale, quel piccolo Paese a maggioranza cristiana dove il 90% della popolazione si dichiara credente, ma dove la cronaca, talvolta, racconta di un potere che invecchia mentre i fedeli restano giovani e in attesa. Per ora, a Yaoundé, il Papa ha scelto di stringere tra le braccia un bambino, dimostrando che la geopolitica, a volte, si smonta meglio con una carezza che con un trattato.

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