Leone XIV in Camerun: «Pace sia disarmata e disarmante» – il pontefice contro i «signori della guerra»
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Redazione Esteri
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Il viaggio apostolico in Camerun, terra segnata da tensioni e violenze ricorrenti, ha offerto a papa Leone XIV l’occasione per rilanciare con forza un concetto che – a sentire le sue parole pronunciate nella cattedrale di Bamenda – suona quasi come un ossimoro necessario: quello di una pace «disarmata e disarmante». Lontano dalle ritualità diplomatiche, il pontefice ha scelto un registro netto, incisivo, privo di quelle formule accomodanti che spesso accompagnano le visite dei leader religiosi in aree di crisi. Ha chiesto istituzioni credibili, una lotta senza sconti alla corruzione e investimenti concreti sui giovani; solo così, ha argomentato, si può costruire una stabilità duratura in un paese dove il tessuto sociale appare logorato da anni di conflitti latenti ed esplosivi.
Non è un caso che proprio lo scontro – paradossale ma difficile da contestare – abbia portato Jorge Prevost al centro della scena mondiale. Senza gli attacchi frontali del presidente americano, il suo pontificato avrebbe rischiato di restare in ombra, schiacciato dal confronto impari con il carisma del predecessore. E invece, una volta conquistata l’attenzione globale, Prevost non si è sottratto. Non si è difeso. Ha attaccato a sua volta, indicando senza ambiguità quelli che lui definisce «i signori della guerra», una manciata di tiranni capaci – secondo la sua denuncia – di distruggere il mondo con miliardi di dollari destinati a uccidere, mentre non si trovano le risorse per curare ed educare.
«Masters of war», la citazione dylaniana e il paradosso delle risorse
Nell’aula della cattedrale di Bamenda, delimitata da alte cancellate che separano il sacro dal profano, il pontefice ha pronunciato una delle frasi più dure del suo pontificato: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Ha evocato esplicitamente la celebre canzone di Bob Dylan, quei «masters of war» che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Un attacco frontale, privo di giri di parole, che ha trasformato la visita pastorale in una sorta di atto d’accusa contro le logiche del riarmo e dell’indifferenza globale.
Il comprensorio della cattedrale – che comprende la chiesa, una serie di scuole dal nido fino al college – è stato il palcoscenico ideale per un messaggio che unisce fede e impegno sociale. Lì, tra i banchi di scuola e i bambini che lo attendevano, Leone XIV ha ribadito che senza una pace «disarmata» – cioè priva degli strumenti di morte – e «disarmante» – capace cioè di smantellare le strutture mentali della violenza – non esiste futuro per il Camerun né per altre terre martoriate. Guai, ha ammonito, a chi usa il nome di Dio per benedire la guerra: quella è bestemmia pura, anche se pronunciata da alti prelati o da capi di Stato.
L’incontro a sorpresa con i rappresentanti islamici e i progetti comuni
Al rientro da Bamenda, nella nunziatura di Yaoundé, il papa ha voluto aggiungere un capitolo inaspettato al suo viaggio. Ha ricevuto un gruppo di dodici rappresentanti di alcune comunità islamiche camerunensi, molti dei quali già incontrati a Roma lo scorso dicembre. Con loro e con le rispettive comunità – lo si apprende da fonti vicine alla Segreteria di Stato – sono attivi da tempo progetti di cooperazione e giustizia sociale realizzati insieme alla Chiesa locale. Progetti che sostengono le fasce più povere della popolazione, senza distinzioni di credo, e che rappresentano forse l’unico argine concreto alla deriva violenta che attraversa alcune regioni del paese.
Non c’è stata alcuna dichiarazione ufficiale al termine dell’incontro, durato poco meno di un’ora. Ma il gesto in sé – un pontefice che interrompe il programma per dialogare con esponenti dell’islam in un paese a maggioranza cristiana ma con una forte minoranza musulmana – parla da solo. Leone XIV ha mostrato di voler mettere in pratica quel che predica: il disarmo della violenza passa anche attraverso il dialogo interreligioso più autentico, quello che non si limita alle dichiarazioni ma si traduce in mense per i poveri, scuole per i bambini, assistenza sanitaria per gli ultimi.
La sfida camerunense tra inculturazione e futuro negato ai giovani
Il Camerun di Leone XIV è un paese dalle mille contraddizioni: ricco di risorse naturali, ma impoverito da una corruzione endemica; fertile di energie giovanili, ma incapace di offrire loro un futuro diverso dalla migrazione o dall’arruolamento in milizie locali. Il pontefice, parlando davanti ai fedeli riuniti sotto le navate della cattedrale, ha insistito su un punto preciso: senza investimenti seri nell’istruzione e nel lavoro giovanile, ogni discorso sulla stabilità è pura illusione. Ha citato numeri – senza fornirli esplicitamente, ma lasciandoli intendere – relativi alla spesa militare globale contrapposta a quella per l’istruzione di base. Un paradosso, ha ripetuto, che i «masters of war» conoscono benissimo ma che fingono di ignorare.
L’inculturazione del Vangelo – cioè la capacità del messaggio cristiano di radicarsi nelle culture locali senza snaturarle – è stata un’altra delle chiavi di lettura offerte dal papa. In un paese dove coesistono oltre duecento etnie e dove le tensioni tra anglofoni e francofoni hanno provocato centinaia di morti negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si propone come mediatrice neutrale. Ma Leone XIV ha avvertito: nessuna mediazione è possibile se manca la volontà politica di costruire istituzioni credibili. Senza questa premessa, ha concluso, anche le migliori intenzioni religiose finiscono per infrangersi contro il muro degli interessi armati.




