Il Vesak 2026 e l’appello vaticano per una pace “disarmata e disarmante” tra buddhisti e cristiani
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Redazione Esteri
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La comunità buddhista mondiale si prepara a celebrare il prossimo 12 maggio la Giornata internazionale del Vesak, una ricorrenza solenne che dal 1999 gode del riconoscimento ufficiale delle Nazioni Unite e che commemora i tre momenti cruciali della vita di Siddhartha Gautama, il Buddha: la nascita, l’illuminazione spirituale e il trapasso finale, ossia il raggiungimento del Nirvana. In questa cornice di rinnovamento interiore e di pratica meditativa, si inserisce puntuale il messaggio inviato dal Dicastero vaticano per il Dialogo interreligioso, indirizzato ai fedeli di questa antica tradizione orientale per offrire, al di là delle ovvie differenze dottrinali, un terreno comune su cui edificare una riflessione urgente e necessaria.
Il messaggio del Vaticano e il concetto di “pace disarmante”
Firmato dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del dicastero, e da monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage, segretario dello stesso organismo, il testo del messaggio – diffuso proprio alla vigilia della festività – non si limita a un generico augurio di serenità. Esso, al contrario, introduce una nozione precisa e politicamente incisiva di pace, definita come “disarmata e disarmante”. Una definizione, questa, che rifiuta esplicitamente l’idea che la stabilità derivi dalla forza bruta o dalla deterrenza militare, per abbracciare invece una concezione della sicurezza fondata sulla verità, sulla compassione reciproca e sulla fiducia. Lo stesso messaggio cita le parole di papa Leone XIV, il quale, nella sua Giornata Mondiale della Pace dello scorso gennaio, aveva ricordato che la pace “esiste, vuole abitare in noi” e che possiede “la dolce potenza di illuminare e dilatare la comprensione”.
Le ombre del presente e la complicità del silenzio
L’analisi contenuta nella lettera vaticana non indulge tuttavia in un facile ottimismo spiritualista, perché prende atto delle “ombre che gravano sul mondo” attuale: la guerra, la violenza dilagante, il nazionalismo etnoreligioso e la strumentalizzazione della fede a fini identitari. Le istituzioni religiose, secondo questo documento, hanno l’obbligo di guardarsi dal diventare “complici attraverso il silenzio o la paura”, rifiutando cioè l’inerzia di fronte alle ingiustizie o agli attori politici che alimentano le divisioni sociali. Si tratta di un richiamo forte alla responsabilità pubblica dei credenti, invitati a non rifugiarsi in una spiritualità privatistica, ma a diventare “artefici di riconciliazione” nel tessuto civile.
Il fondamento delle scritture: Dhammapada e Vangeli a confronto
Per sostenere questa architettura concettuale, il Dicastero opera un parallelismo serrato tra i testi sacri delle due religioni. Da un lato, cita il versetto 5 del Dhammapada – uno dei testi cardine del canone buddhista Theravada – secondo cui “l’odio non è mai placato dall’odio; solo con il non-odio l’odio viene placato”; dall’altro lato richiama il comandamento evangelico di Gesù che invita ad “amare i propri nemici” e proclama beati gli operatori di pace. In questa convergenza, il buddismo e il cristianesimo vengono dunque presentati come due tradizioni in grado di offrire un contributo vitale per superare quella che viene definita la fragilità della convivenza umana, disarmando i cuori ancor prima di disarmare le mani. L’appello, infine, si traduce in un auspicio concreto: che la celebrazione del Vesak possa ispirare tutti a percorrere insieme il sentiero di una guarigione delle ferite sociali, aprendo orizzonti inediti per l’umanità intera.




